Da giovinastro appassionato di rock d’avanguardia italiano, sfogliavo avidamente gli album appena comprati e cercavo di carpirne nomi, situazioni e intrecci. Tra i credits dei dischi della Cramps e della Bla Bla ritornava spesso un nome che a me, con il padre originario del Primiero, balzava subito agli occhi. Fabio Simion, fotografo. Erano sue le copertine di Arbeit Macht Frei, di Diesel e Blitz di Finardi, di Fetus e Pollution di Battiato, molte delle foto di AreAzione, la copertina degli Osage Tribe, dei Capsicum Red…
Simion – come Lott, del resto – è un cognome caratteristico del Primiero, ua sorta di marker territoriale, ma pensai a una coincidenza e accantonai stupidamente l’ipotesi.
Qualche anni fa, quasi per caso, trovai la sua biografia sull’internet. Lessi: nato a Fiera di Primiero il 25 luglio 1940, giusto 18 giorni dopo mio padre. Chiesi al babbo se conosceva questo Fabio Simion, suo coetaneo di Fiera. “El Fabio? Ma certo, madònega. Siamo cresciuti insieme”. E iniziò a raccontarmi di questa amicizia tra bambini, fatta di piccole trasgressioni e di intesa immediata. “Una volta gli ho tagliato un piede con un falcetto. Facevamo i cretini e la lama gli si conficcò nella carne. Perse molto sangue e mi sentivo molto in colpa”. Ma Fabio non gli serbò alcun rancore e quell’amicizia era continuata anche negli anni successivi, quando Fabio si era trasferito a Vicenza per studio. Ogni tanto tornava con dei dischi nuovi. “Fu lui a farmi conoscere Les Paul”, raccontava il babbo. Poi Fabio andò a Milano e iniziò a fare il fotografo. Da quel punto in poi, ne aveva perso le tracce.
Trovato il numero di cellulare sulla sua pagina web, gli inviai un messaggio. Mi richiamò poco dopo, mentre ero al lavoro. Rimanemmo al telefono per circa un’ora, la sua voce era piena di energia e mi chiedeva del suo amico Bruno, di cosa aveva fatto nella vita, mi chiese di me come fossi un parente e salutandomi mi disse di andarlo a trovare. Per combinazione, qualche mese più tardi ero a Milano al Museo del 900, dietro piazza Duomo, per partecipare alla presentazione del disco dell’amico Cesare Malfatti al quale avevo preso quasi inconsapevolmente parte come voce recitante. Era il gennaio 2019, e partimmo con largo anticipo per poter fare anche il soundcheck con un minimo di agio. Fabio Simion mi abbracciò con forza, confermando quella sensazione di quasi-parentela al telefono, e mi accolse in casa sua, un bell’appartamento arredato con gusto, al piano rialzato, affacciato su un cortile interno, praticamente in centro a Milano.
Fu un incontro emozionante, in uno studiolo dove teneva i suoi raccoglitori di negativi e diapositive. “Sono solo una parte” spiegava, mentre ne estraeva alcuni vicino a una superba foto degli Area scattata da lui.
Fabio mi raccontò tutto quello che gli chiedevo, la Cramps, Gianni Sassi, la fotografia, John Cage, Demetrio Stratos, come nacquero le copertine più iconiche, mi mostrò un sacco di foto sue, rivelandomi retroscena incredibili. Rispose a tutte le mie domande, mi chiese di mio padre, del Primiero, di me. Mi regalò anche il bellissimo libro che la Fondazione Mudima ha dedicato a Gianni Sassi, e ci ripromettemmo di sentirci. Così fu. Volevo organizzare una mostra con le sue foto, poi ci si mise di mezzo il Covid, e il progetto inevitabilmente slittò.
Pensai anche di realizzare un libro con il contributo suo e di Roberto Masotti (ironia della sorte, anche lui scomparso pochi mesi dopo Fabio), che avevo già contattato. Poi rimasi senza lavoro e con la vita da reinventare.
Nel 2022, il 25 luglio ho scritto a Fabio per fargli gli auguri, ma non mi ha risposto. Ho temuto che non fosse in grado di rispondere, e probabilmente avevo indovinato.
A inizio settembre Fabio se n’è andato, aveva 82 anni. Appena avuta la notizia, ho avvertito una sorta di debito morale, perché certe storie non devono sparire con le persone che le hanno vissute. Ed ero l’unico a poterle raccontare.
Grazie Fabio per quel pomeriggio che hai condiviso con me e per le storie che mi hai lasciato in eredità.
Da una conversazione avvenuta nel gennaio 2019 con Fabio Simion
Fabio, mi spieghi come hai fatto a creare il fotomontaggio della copertina di Sugo?
Non è un fotomontaggio, è una foto vera
Stai scherzando?
No, no. Era il periodo delle grandi missioni spaziali, e scrissi una lettera alla NASA. Non esistevano né internet né Google, e chiesi loro, in qualità di fotografo, delle immagini dello spazio. Incredibilmente, mi risposero, forse mossi anche un certo orgoglio professionale, e mi mandarono un set di fotografie scattate dai loro satelliti, stampate in grande formato ad altissima qualità. Una in particolare mi colpì, credo fosse qualche galassia di cui non ricordo il nome. Dopo aver svitato il rubinetto della mia camera oscura, incollai la foto sul muro e le sovrapposi una polaroid di Finardi che avevo scattato in precedenza. All’epoca lavoravo molto con le polaroid rifotografadole, mi piaceva ottenere una sorta di gioco degli specchi, una cosa un po’ straniante. Poi praticai un foro sulle foto in corrispondenza del tubo, cercando di non rovinarle, e rimontai il rubinetto. Al quale poi attaccai – con qualche goccia di silicone – una goccia di vetro, che pareva pendere dal rubinetto. Era un oggetto decorativo, abbastanza comune nei salotti degli anni 70. Infine, rifotografai tutto con un banco ottico, e il gioco era praticamente fatto.
Dunque nessuna esposizione multipla, come erroneamente pensavo?
Nessuna. Era più facile così.
Fabio, anche la copertina di Arbeit Macht Frei è tua.
Non solo la copertina, anche le foto all’interno. Gli Area sono sdraiati in quello che era il mio studio all’inizio degli anni 70. L’avevamo allestito con dei fogli bianchi e della terra presa dal giardino dietro lo studio, racimolando oggetti allusivi, tipo una falce e un martello, una foto dell’ingresso di Auschwitz e altre cose.
Ma l’oggetto raffigurato in copertina cos’è?
È una statuetta che il Sassi (Gianni Sassi, il fondatore della Bla Bla e poi della Cramps, ndr. Fabio, come anche molti del suo entourage lo chiamavano sempre “Il Sassi”) aveva acquistato in qualche galleria d’arte. Era un oggetto piccolo, alto al massimo una sessantina di centimetri, che si nota davanti ai musicisti sdraiati a terra. Volevo creare l’illusione del movimento, come se la statuetta prendesse vita da sola. Così l’ho sistemata davanti a un fondale scuro e l’ho fotografata più volte, mantenendo l’obiettivo fisso e spostando e ruotando ogni volta la statuetta, come se ad ogni scatto facesse un passo in avanti, sovrapponendo le immagini. Un po’ come si usa nei film d’animazione, con il passo uno. Il risultato di questo lavoro è esattamente quello che si vede in copertina.
E la statuetta che fine ha fatto?
Se l’è ripresa il Sassi, era sua. Credo che se ne sia disfatto presto, non era il tipo di persona che si affeziona alle cose, quanto alle idee.
Com’era il rapporto con Gianni Sassi, il geniale pubblicitario e creativo che ha lanciato tra gli altri Battiato, Camerini e gli Area?
Era uno che mi faceva lavorare bene, e a cui piaceva sinceramente quello che facevo. Poi c’era un rapporto che andava al di là del lavoro, e lui si prendeva delle libertà, col mio tacito consenso.
Di cosa stai parlando Fabio?
C’è stato un periodo, a metà degli anni settanta, in cui mi ero concentrato sul cielo. Non ne potevo più di lavorare solo in studio e ho iniziato a uscire. Fotografavo le nuvole, le forme suggestive che assumevano, e ci ho scattato decine e decine di rullini. Ho scelto alcuni scatti, ne ho fatto degli ingrandimenti e li ho attaccati sulle pareti, in studio. Lì mi è venuta l’illuminazione, forse suggerita da Magritte, della mela che si libra in cielo. Ho preso alcune mele verdi, le ho sezionate con una lametta perfettamente a metà e dopo alcuni tentativi ad una sono riuscito a tagliare in due anche il picciolo, in modo che avesse abbastanza struttura da sostenere il peso di metà mela. Poi ho sospeso le due mezze mele attaccate per metà picciolo al soffitto con della bava da pesca, in modo che si trovassero alla stessa altezza, come se la mela fosse appena stata attraversata da una lama, o dalla freccia di Guglielmo Tell, con il cielo e le nuvole a fare da sfondo. Sulla mezza mela a destra ho anche appiccicato una stella rossa adesiva, era una cosa che si trovava abbastanza facilmente tra i gadget della sinistra extraparlamentare che frequentavamo all’epoca. Ho rifotografato tutto, e ho appeso le foto ingrandite in studio per studiarci sopra ancora. Un giorno passa il Sassi, vede il risultato, lo rimira, poi mi fa: “Bella questa, te la prendo e ci faccio un disco”. Se ne andò quasi subito, con la mia foto sotto il braccio, mentre lo guardavo sconcertato. Qualche settimana più tardi vidi sulle riviste la pubblicità del nuovo disco di Finardi. Quello con Extraterrestre.
Intendi Blitz?
Quello. In copertina c’era la mia foto.
Come hai conosciuto Gianni Sassi?
Attraverso Pino Massara della Bla Bla, con cui il Sassi e il suo socio nella AlSa Sergio Albergoni collaboravano come pubblicitari, credo fosse il 1972. Per Massara l’anno prima avevo fatto la copertina di un 45 giri degli Osage Tribe (uno dei primi gruppi di Franco Battiato, in cui suonava anche Bob Callero, poi ne Il Volo e a lungo sideman in studio di Battisti. Il singolo era “Un falco nel cielo” e divenne la sigla di “Chissà chi lo sa” presentato da Febo Conti, ndr). Era un lavoro un po’ forte, in cui dalla testa di una bambola decapitata, che avevo acconciato come una nativa americana dato che gli Osage erano una tribù, e si vedeva uscire del sangue dalla bocca. Fece discutere, ma piacque. Da qui mi ritrovai coinvolto nel lavoro di un altro gruppo, generato in parte dagli Osage Tribe, i Capsicum Red. Il disco si chiamava “Appunti per un’idea fissa” e proprio da questo titolo iniziai a sbozzare il concetto della foto. L’idea mi venne quasi subito: andai all’Accademia di Brera e mi feci prestare dei testoni in gesso, pesantissimi. Poi andai in ferramenta dove acquistai alcuni metri di catene e dei lucchetti, e mi guardarono pure male perché era il periodo dei primi sequestri politici e se come nel mio caso a chiedere quella merce era un giovane barbuto rischiavi di finire in una lista di sospetti eversori. Arrivato a casa iniziai a incatenare il volto dei busti di gesso, chiudendoli stretti con dei lucchetti. Poi fotografai tutto con una polaroid e di nuovo rifotografai con la stessa inquadratura, appiccicando al testone la polaroid. Questi giochi con le istantanee divennero un po’ il mio “marchio di fabbrica” anche nei lavori successivi.
Quello per i Capsicum Red come andò, Fabio?
Beh, ci fu gloria ma postuma, anche se a me la grafica vagamente liberty dell’album – ero autore solo delle foto – non era piaciuta. Il Sassi, che già aveva in mente quello che sarebbe diventata la Cramps, mi chiese di lavorare con lui, e poco dopo l’uscita del disco il gruppo si sciolse, però il giovane chitarrista e cantante fece strada. Era un certo Red Canzian….
La prima volta che ho visto la copertina di Fetus di Franco Battiato nel formato che era stato pensato per essa, quello da 30×30 centimetri del vecchio long playing, ho pensato fosse un fake, un corpuscolo creato con della paraffina o della resina, dipinto con arte e conoscenza dell’anatomia, ma di certo una foto artefatta. È così?
No, è anche questa è una foto vera. È un feto umano.
Come sei riuscito a fotografare un feto umano, Fabio? In un istituto di medicina?
No, dall’uomo in pinza.
Eh? Non capisco.
Quando Battiato venne in studio da me, lo vestii con tutto ciò che di strano e fuori luogo avevo lì. Ad esempio, una tuta da imbianchino dimenticata dai pittori, una cravatta assurda, un casco da cantiere. Sul taschino della tuta, a sinistra della foto sul retro di copertina, c’è una mia pinza fotografica da camera oscura che trattiene una polaroid. L’uomo in pinza, c’è scritto anche sulle note, è Marco Margnelli. È lui che mi ha permesso di scattare quella foto.
Mi spieghi meglio?
Margnelli oggi lo ricordano in pochi, ma all’epoca era molto conosciuto, e non solo a Milano. Era un famoso medico abortista, uno di quelli che ha contribuito a far nascere il primo nucleo della legge sull’aborto, la famosa 194. Nel suo studio aveva una collezione, per così dire, di feti sotto formalina, nelle varie fasi dello sviluppo. Gli chiesi se potevo fotografarne uno, mi aprì il vaso. All’epoca per le immagini macro usavo molto un materiale facile da reperire, la cartapaglia. Oggi non si trova più. Al tempo il salumiere ci avvolgeva la carne, era un materiale povero, con uno sfondo chiaro ma non bianco, neutro ma screziato, ideale per fare da sfondo a oggetti piccoli. Il dottore depositò con una pinza il feto sulla cartapaglia che avevo estratto dalle tasche – per averla sempre pronta all’uso ma anche per stropicciarla in modo che una volta stesa avesse dei rilievi, una sua matericità – e infatti si vede la macchia della formalina. Riuscì a fotografarlo come volevo appena in tempo, prima che la cartapaglia si bagnasse del tutto.
Non rividi più Fabio, quel magico incontro di un freddo pomeriggio milanese rimase l’unico e l’ultimo. C’era la sua compagna, una donna gentilissima e vestita con classe e sobrietà, che ci portò il caffé. “Non farti ingannare dalle apparenze, sembra stia bene ma è molto malata” mi disse quasi sottovoce salutandomi sulla porta di casa. Seppi infatti che era già morta da un paio d’anni quando se ne andò Fabio. Sono dunque l’ultimo testimone rimasto di quel livido pomeriggio di gennaio