Il giradischi: breviario per il neofita

A cosa far attenzione quando scegli il tuo giradischi

Quello che chiamiamo giradischi è in realtà un sistema composto da tre parti distinte: il piatto rotante, mosso da un motore elettrico, il braccio e il fonorivelatore (o testina).

Il piatto 

I piatti possono avere tre tipi di trazione diversa: a cinghia, a puleggia o a trazione diretta. I più diffusi sono sicuramente quelli a cinghia (belt drive), perché combinano la semplicità costruttiva con una apprezzabile silenziosità. Sull’alberino del motore è montata una puleggia che tramite una cinghia elastica trasmette il movimento al piatto, dissipando nel contempo la maggior parte delle vibrazioni indesiderate.  Meno comuni i giradischi a puleggia (idler wheel drive), dove invece il motore azione una puleggia che a contatto con il piatto imprime la rotazione. Quelli più utilizzati dai dj sono invece tutti giradischi a trazione diretta (direct drive) perché – avendo il motore montato sotto il perno del piatto – garantiscono una coppia (torque) molto elevata, capace di far partire un brano da fermo alla giusta velocità in maniera pressoché istantanea (mentre i cinghia, con meno coppia, sono più lenti e impiegano diversi secondi per raggiungere la rotazione corretta) e talvolta di adattare il pitch (cioè l’intonazione, ovvero la velocità di rotazione) alle proprie necessità di mixaggio “in battuta”. Tutte features queste che all’utente casalingo (che cerca semmai la riproduzione più corretta possibile) non servono a nulla, e in più la trazione diretta è tendenzialmente più rumorosa della cinghia, poiché le vibrazioni del motore si scaricano fatalmente sul piatto.

Il piatto può essere di vari materiali: metallo o leghe antimagnetiche, vetro, plastica, resina (a volte il disco Può essere pressofuso o stampato, può avere sul bordo le tacche per il controllo stroboscopico della velocità. Sono tutte scelte progettuali, non c’è una scelta migliore delle altre, vanno interpretate nella coerenza dell’insieme e soprattutto nel loro risultato sonoro. In linea generale, un piatto pesante è però sempre preferibile a uno leggero, anche perché l’inerzia del peso favorisce la regolarità della rotazione. 

Non è una regola, ma spesso il peso e la qualità dei materiali impiegati vi dà un’idea della qualità complessiva di un giradischi. Non è un caso infatti se i modelli più prestigiosi pesano alcune decine di chili. 

Manuale o automatico?

Esistono giradischi automatici e semiautomatici, forse pratici da usare per chi è alle prime armi, ma li sconsiglio perché i leveraggi dell’automatismo (quasi sempre realizzati con lamierino di bassa qualità e/o con ingranaggi di plastica) col tempo tendono a rovinarsi in maniera irrimediabile. I giradischi manuali invece si mantengono meglio nel tempo, necessitano solo un po’ di pratica per imparare ad usarli nella maniera corretta. Per usare un motto caro a Henry Ford, “ciò che non c’è, non si rompe”.

Il braccio

I bracci sono di diversa forma (generalmente dritti, a S, a J, ma alcuni hanno architetture particolari, come i bracci tangenziali), diverse articolazioni (imperniato, unipivot, a lama di coltello etc) e diversa massa

Non esiste una forma migliore, sono solo scelte progettuali diverse pensate per risolvere o minimizzare i problemi di parallelismo rispetto ai solchi, ma ciò che ne determina le caratteristiche (oltre all’articolazione, benché in misura minore) è in particolare la massa, come vedremo tra poco parlando delle testine. Molti bracci nascono con il modello di piatto a cui sono abbinati e non è possibile sostituirli (se non con interventi radicali che sinceramente sconsiglio), ma nei giradischi più evoluti si può scegliere il modello preferito (molti audiofili ne utilizzano addirittura due o tre con lo stesso piatto in contemporanea, ma ovviamente ne possono ascoltare solo uno alla volta).

La testina

Infine, la testina (o fonorivelatore): componente molto trascurato, forse per la misura minuta, ma cruciale nell’ascolto di un disco. È dalla testina infatti che parte quel piccolo segnale elettrico che una volta amplificato percepirete come musica. La sua scelta è una delle bestie nere dell’appassionato, perché va calcolata secondo precise tabelle che tengono conto della massa del braccio a cui va collegata la testina. Il problema è che spesso la massa effettiva del braccio non è riportata nella scheda tecnica dal costruttore. 

Esistono due grandi famiglie di testine: le più comuni, a magnete mobile (MM), ad alta cedevolezza, che si possono abbinare a bracci di massa bassa o media (la stragrande maggioranza), e le più raffinate (e costose) testine a bobina mobile (MC), a bassa cedevolezza, che viceversa richiedono bracci ad alta massa per essere governate nei solchi.

Le MC inoltre hanno bisogno di un livello di preamplificazione ulteriore, poiché il loro segnale è molto più debole delle testine MM. Se non avete un pre-phono per testine MC, potete collegare il giradischi a uno step-up (in sostanza un moltiplicatore di impedenza, che serve ad amplificare il segnale) e da qui collegarvi all’ingresso phono (o al pre-phono esterno).

Esistono anche tecnologie differenti (a ferro mobile, ad esempio, che per caratteristiche e comportamento si possono assimilare alle MM), ma si tratta di una ristretta minoranza di prodotti.

Come funzionino le diverse tecnologie è argomento che merita una trattazione a parte (ma solo per inguaribili curiosi). Per il momento vi basti sapere che per un neofita una testina MM è una scelta obbligata, oltre che più economica, ma comunque permette di riprodurre musica con un livello qualitativo molto buono. Al punto che alcune MM (un caso esemplare è la famosa Shure V15 IV, fuori produzione da anni ma tuttora molto ricercata) addirittura rivaleggiano con molte MC di alto livello.

GiradischI, gioie e dolori

Una doverosa postilla riguarda il sistema giradischi nel suo complesso: alla sua massima espressione, la riproduzione analogica del suono può essere di sicuro piacevolissima e coinvolgente, ma non scevra da errori. L’angolo di lettura ad esempio cambia in continuazione mentre il braccio, ruotando sulla sua articolazione, scorre seguendo la spirale dei solchi dall’esterno verso l’interno del piatto. Una delle imprese più complesse per chi è alle prime armi è infatti la dimatura della testina (ossia l’impostazione dell’angolo di tracciamento) e il bilanciamento del braccio (impostazione del peso). Operazioni che servono a mettere a punto il giradischi in modo che quegli inevitabili errori siano il più possibile inudibili durante la riproduzione. 

Negli anni si sono sperimentate varie architetture di bracci, come il braccio tangenziale (famosi i Goldmund), quello a galleggiante (come il Moss) o il braccio a pantografo (il celebre Zero della Garrad) ma tutti i sistemi escogitati non si sono rivelati migliori del tradizionale braccio da 9” con articolazione cardanica. 

Il giradischi infatti non è un sistema perfetto, ma il frutto di una serie di compromessi e limiti tecnico-strutturali della riproduzione analogica che sono stati in parte risolti, a partire dagli anni 80, con l’introduzione del compact disc (il CD) e del suono digitalizzato. 

Per essere espliciti: se cercate il silenzio perfetto tra i brani, non lo avrete mai da un disco in vinile. Se non udite il rumble (rumore di trascinamento dovuto allo sfregamento del diamante nei solchi) è solo perché il volume è troppo basso. Inoltre la definizione del suono, mentre il braccio si avvicina al centro del disco, va gradualmente deteriorandosi perché la testina fa meno strada a parità di giri.

Insomma, scegliere il giradischi significa sempre rassegnarsi all’imperfezione. Da questo punto di vista, può essere persino l’inizio di un percorso quasi Zen: enormi soddisfazioni, ma anche grande sofferenza quando qualcosa non funziona come dovrebbe (e chi ha una lunga esperienza analogica lo sa, il problema  si verifica sempre quando meno te lo aspetti). A volte basta un piccolo filo che si dissalda per trasformare la nostra sessione di ascolto in un imprevisto dramma.

Un altro accorgimento importante (che pochi ricordano) è che il giradischi per lavorare al meglio deve essere perfettamente in piano: prima di avviarlo controllatelo accuratamente con una livella, ne esistono di molto piccole in commercio adatte allo scopo. Alcuni giradischi hanno i piedini regolabili, gli altri si possono mettere “in bolla” con degli spessori di legno o cartone.

Ultimo consiglio: la miglior posizione per un giradischi è su uno scaffale a muro dedicato solo a lui. In questo modo è indipendente rispetto al pavimento (trasmettitore di vibrazioni) e alle altre elettroniche. A proposito, mai – dico mai – appoggiarlo direttamente sull’amplificatore o sullo stesso scaffale su cui poggiano i diffusori: significa ingenerare perniciose interferenze elettromagnetiche o risonanze che possono diventare incontrollabili, con il rischio di danneggiare i vostri diffusori.