Come compongo un impianto Hi-Fi?

A cosa far attenzione quando scegli sorgente, amplificazione e diffusori

Comporre un impianto hifi è un lavoro molto delicato

Vanno presi in esame (in ordine di apparizione) il budget, l’ambiente di ascolto e soprattutto l’obiettivo. Che dovrebbe essere quello di ascoltare musica nel migliore modo possibile, ma non per tutti è così. 

C’è ad esempio chi cerca una semplice diffusione della musica, per un uso – diciamo così – ambientale del suono. C’è chi vuole un impianto hifi in casa per fare ballare i propri amici, e c’è chi invece ricerca l’emozione del tecnico del suono alle prese con il master del disco che sta per essere pubblicato.

Come vedete, ognuno può avere – in maniera del tutto legittima – diverse aspettative dagli apparecchi elettronici che acquista, ma assemblarli in un insieme coerente e ben suonante non è frutto dell’improvvisazione, serve qualcuno con un’esperienza diretta per consigliare le scelte corrette, per spendere meglio possibile il budget che avete a disposizione. Qualcuno che da decenni prova e assembla componenti hifi per cavarne la maggior soddisfazione possibile, spesso ricorrendo al mercato dell’usato, e che vi può guidare nel difficile mondo dell’alta fedeltà.

Perchè scegliere un impianto hi-fi?

Se parliamo di audio, di riproduzione del suono, i progressi della tecnologia hanno teso nel tempo a miniaturizzare qualsiasi cosa. Anche la musica, che nel tempo si è addirittura smaterializzata e viaggia in internet, da cui si ascolta in streaming. Ma non solo: oggi  oltre l’80 per cento di chi fruisce musica utilizza in maniera prevalente gli auricolari (i più sofisicati una costosa cuffia) o con dei minispeaker attivi collegati al vostro computer, che quasi inderogabilmente riprodurrà dei files MP3 (o altri formati lossy, cioè che prevedono una perdita di dati rispetto al formato wav dei CD), privi degli estremi di banda (cioè le frequenze più alte e le più basse, che vengono eliminate) e con dinamiche molto compresse.

È abbastanza intuitivo che questi device non siano in grado di riprodurre una credibile scena musicale, nemmeno in maniera vaga. La controprova perfetta è un’esperienza di ascolto di un impianto hifi. 

“Negli anni 70 non erano sordi”

Hifi, parola talmente abusata nei decenni in cui era di moda che per distinguere la vera alta fedeltà dagli apparecchi per la massa si è iniziato a chiamarla hi-end, ovvero la fascia più alta, quel settore che ricerca la massima prestazione sonora disponibile sul mercato. Ci sono varie gradazioni nell’hi-end, dall’entry level (il primo gradino dell’alta fedeltà) alla cosiddetta hifi esoterica, in cui gli appassionati si contendono componenti costosissimi. Qui partiamo ovviamente dall’entry level.

Una prima importante osservazione è che ascoltare oggi macchine di eccellenza dei decenni passati insegna come la qualità, nel tempo, resista. Se un giradischi suonava bene negli anni 70, vi posso assicurare che suona bene anche oggi. È una delle ragioni per cui a Velvet scommettiamo molto sul restauro e il ripristino di vecchie glorie dell’hifi, e ne offriamo i frutti ai nostri clienti. Recuperare un vecchio giradischi di qualità  (e anche certi amplficatori “vintage”) permette di godere dei dischi a un livello emotivamente più coinvolgente: più la riproduzione è realistica e dettagliata, più informazioni attinge il cervello per ricostruire la scena sonora. Potremmo dire che è una questione matematica.

Ciò che rende appetibili macchine di venti, trenta o più anni fa, è anche il prezzo. Con una cifra ragionevole ci si può mettere in casa alcuni tra i migliori apparecchi mai costruiti nella loro era, e come spesso dico, “negli anni 70 non erano sordi”. Sono certo stati fatti molti passi in avanti nella riproduzione musicale, soprattutto nel campo della tecnologia e dei materiali, ma meno rivoluzionari di quanto si possa pensare, perlomeno nel risultato complessivo.

L’impianto minimo

Ecco perché chi ha appena iniziato il proprio percorso nel mondo dell’ascolto farebbe bene, se già non ce l’ha, a dotarsi di un impianto minimo. Che significa: una sorgente (cd player o giradischi, a seconda di quali formati avete più musica, oppure uno streamer, se proprio non volete rinunciare alla musica “liquida”), un amplificatore integrato e un paio di diffusori.

La sorgente

Se partite da un cd player, avrete la vita più facile: per installarlo non dovete fare altro che collegarlo all’amplificatore e alimentarlo con la presa elettrica. Se invece avete scelto il giradischi, ci sono un’infinità di dettagli da curare, perché si tratta di una macchina di precisione che necessita la messa a punto di ogni dettaglio per suonare bene. Qui dedichiamo un intero capitolo al giradischi analogico. Un cd player è composto da un’unità di lettura (la meccanica con le ottiche laser che legge le sequenze di 1 e 0 incise sul compact disc) e da un convertitore da digitale ad analogico (il famigerato DAC, Digital-to-Analog Converter), che traduce i numeri in suono udibile. Molti audiofili esperti utilizzano unità di lettura separate collegate a un DAC esterno: è una soluzione intelligente, che permette di utilizzare il DAC anche per eventuali fonti digitali diverse (computer, streamer etc), ma richiede costi sensibilmente maggiori e inoltre l’ottimizzazione del sistema va sempre studiata caso per caso. Per questi motivi chi inizia oggi ad assemblare un primo impianto hifi fa saggia scelta orientandosi su un cd player integrato, che in uno stesso telaio racchiude meccanica di lettura e DAC e rappresenta davvero una soluzione “plug and play”. 

L’amplificazione

Se avete scelto il giradischi, sappiate che ha bisogno di un circuito di preamplificazione, di norma compreso negli amplificatori integrati fino ai primi anni 90 (il famoso ingresso “phono”, dedicato solo al giradischi). Con la progressiva scomparsa dei vecchi giradischi dalle case, l’ingresso phono è stato eliminato dai progettisti perché considerato anacronistico, oltre che un costo aggiuntivo. Con il ritorno del vinile però, oggi molti costruttori lo includono nuovamente nei loro amplificatori integrati (e alcuni giradischi nuovi escono di fabbrica già dotati di un loro pre-phono integrato). 

In ogni caso, un pre-phono esterno non rappresenta una spesa onerosa, a livelli budget, benché la fascia alta del mercato ne offra anche di molto costosi. Nei collegamenti, il pre-phono va inserito tra i giradischi e l’amplificatore. 

Semplificando per praticità, il preamplificatore (pre-amp) gestisce tutte le sorgenti collegate, mentre l’amplificatore finale (power amp, o amplificatore di potenza) pilota i diffusori inviandogli la corrente. In un impianto minimo, meglio optare per un amplificatore integrato che offre il vantaggio di racchiudere le due funzioni in una sola macchina senza sacrificare qualità, e contenendo anche i costi. A parità di costo, va sempre valutata l’opzione dell’usato: prestazioni superiori allo stesso prezzo (o poco di più).

La potenza, in un amplificatore, non è l’aspetto discriminante (anche perchè ogni costruttore la misura a modo suo). Conta più la qualità dei watt che la quantità. Va inoltre valutata la sensibilità dei diffusori: dati 90 dB di sensibilità (un valore abbastanza comune nei diffusori di oggi), 40 watt di qualità per canale bastano e avanzano per sonorizzare un appartamento medio, anzi se ci prendete troppo gusto c’è il rischio che i vostri vicini chiamino i vigili.

I diffusori acustici

Oggi si producono diffusori (casse acustiche) a prezzi economici molto migliori di un tempo, e una coppia di speaker di buona qualità è alla portata di tutte le tasche. I sistemi più semplici (se escludiamo i monovia full range, molto amati dagli autocostruttori) sono a due vie (ossia composti da un woofer o un mid-woofer, che riproduce la gamma medio-bassa, e un tweeter, che riproduce la gamma alta, con un solo taglio di frequenza). In teoria, un diffusore a tre vie (dove tra il tweeter e il woofer si colloca un midrange, quindi con due tagli di frequenza) offre una più raffinata riproduzione della gamma media, ma anche maggiori difficoltà di progettazione (soprattutto del crossover) e di accoppiamento con l’amplificazione (che se non è di alta qualità metterà in luce ogni criticità). Quasi intuitivo capire che se le vie diventano quattro, o cinque o più (soluzioni non a caso rarissime nel pur variegato mondo dell’hifi), le complicazioni si sommano al punto da annullare i benefici teorici. Ecco perché nell’assemblaggio di un impianto minimo consigliamo le più semplici due vie, che garantiscono già ottimi risultati a prezzi concorrenziali. 

Diffusori da stand o da pavimento?

Se avete una sala di ascolto abbastanza grande (dai 20-25 metri quadrati in su) potete orientarvi sui diffusori da pavimento (cosiddetti floorstanding), ma se fruite la musica in una stanza più piccola, meglio valutare dei monitor da stand o da scaffale (cosiddetti bookshelf), più semplici da gestire negli spazi ridotti. Inoltre vi risparmieranno i fastidi della saturazione sulle basse frequenze (esatto, il rimbombo, inevitabile quando la pressione sonora è inadatta all’ambiente).

Un elemento da valutare prima dell’acquisto, per un corretto accoppiamento con l’amplificazione, è la sensibilità dei diffusori. Come riferimento di massima, una coppia di diffusori con una sensibilità di almeno 90 dB non necessità di grandi potenze, anche piccoli amplificatori (persino sotto i 20 watt per canale su 8 ohm) sono in grado di pilotarli. Logicamente, più aumenta la potenza, maggiore è la capacità di controllo dell’amplificatore sui movimenti delle membrane di woofer e tweeter. 

Il posizionamento dei diffusori nell’ambiente è cruciale: nella situazione ideale, la testa dell’ascoltatore dovrebbe trovarsi a un vertice di un triangolo equilatero i cui due altri angoli sono rappresentati dalle casse acustiche (a loro volta, poste alla stessa altezza, quella delle vostre orecchie). Purtroppo le nostre abitazioni non sono spazi ideali e astratti, ma concreti e limitati, e ci pongono degli inevitabili vincoli (ad esempio la forma della sala, le misure, l’arredamento). Dovremo dunque trovare il miglior compromesso considerando la distanza dalle pareti (posteriore e laterali, in particolare) e semmai allungando con moderazione due lati del triangolo (che diventerà così isoscele). Ricordate che le casse vanno poste comunque alla medesima altezza.  Fate delle prove e fidatevi delle vostre orecchie: la soluzione migliore è quella che suona meglio.

Il budget necessario

Combinando nuovo e usato, e restringendo più possibile le esigenze, si può assemblare un impianto minimo di qualità con una spesa che oscilla tra i 300 e i 500 euro a componente. Dunque parliamo di una fascia compresa tra i 1000 e i 1500 euro. Grossomodo la stessa cifra che mettereste in gioco per acquistare un nuovo iPhone. Sotto questa soglia, non si può pretendere qualità: ci si deve accontentare, consapevoli che una boombox bluetooth da 100 euro rischia di suonare meglio di un disco in vinile su un impianto scadente. 

Ciò che avete speso nel vostro primo impianto vi verrà invece ripagato dal piacere di ascolto dei vostri dischi che vi garantirà per molti anni.