Joy of a toy: lo straordinario debutto di Kevin Ayers

Spossato dal suo ultimo tour mondiale con i Soft Machine, durato da febbraio ad agosto 1968 a fianco della Jimi Hendrix Experience, Kevin Ayers aveva deciso di ritirarsi dalla musica.

Ma l’amico Jimi Hendrix gli regalò una Gibson J200, la costosa chitarra acustica top di gamma della casa americana, a condizione che continuasse a scrivere canzoni. Fu così che Ayers, dopo un periodo di riposo nella “sua” Deia si rinchiuse in un miniappartamento londinese e compose proprio su quella chitarra un gruppo di canzoni che diventarono il nucleo del suo primo album solista, Joy of a Toy, uscito per la Harvest, la divisione dell’allora colosso EMI dedicata alle nuove tendenze del rock (ad esempio, nel catalogo Harvest c’erano i Pink Floyd di Syd Barrett, grande amico di Kevin).

Un disco lunatico e giocoso, sospeso tra favola e realtà, che esprime appieno la poliedrica arte di Kevin, songwriter elegante, originale e guascone, bohème ed eccentrico, amante delle belle donne e del buon vino, un beautiful freak, parafrasando gli Eels. 

Ayers aveva già fondato i Wilde Flowers, il gruppo seminale da cui erano poi nati i Soft Machine, ma la piega sperimentale che la band aveva preso con l’ingresso di Mike Ratledge non faceva più per lui.

Joy of a Toy, uscito nel dicembre del 1969, prende il nome da uno dei brano che Kevin aveva scritto per i Soft e contiene due delle canzoni più famose di Kevin, The Lady Rachel e Girl on a Swing, e dà il via alla sua originalissima carriera solistica che da qui gli fece inanellare cinque tra i dischi più immaginifici del cosiddetto Canterbury Sound, il filone più eclettico del nuovo rock inglese di fine anni 60 e inizio 70, a tinte jazzate: dopo Joy of a Toy, uscirono infatti Shooting at the Moon, con l’avanguardista dei fiati Lol Coxhill e un giovanissimo Mike Oldfield al basso, poi Whatevershebringswesing (il più venduto del suo back catalogue), il più accessibile Bananamour e il bizzarro The confession of Dr. Dream and other stories, con la partecipazione dello straordinario Ollie Halsall dei Patto alla chitarra, il primo batterista dei King Crimson Michael Giles, Steve Nye e Simon Jeffes della Penguin Café Orchestra, lo zampino di Brian Eno e la spettrale Nico, che canta il primo pezzo della seconda facciata.

Ma Joy of a Toy, nato in quel turbolento 1969, registrato tra giugno e settembre agli studi di Abbey Road, rimane con gli arrangiamenti di David Bedford (che qualche anno più tardi firmerà anche gli arrangiamenti di Tubular Bells, primo disco della storia della neonata Virgin di Richard Branson), la batteria dell amico Robert Wyatt e i contributi degli altri Soft Machine Mike Ratledge e Hugh Hopper uno dei più straordinari debutti di quell’anno.

Un disco pieno di stranezze e strumenti poco affini alla tradizione rock, come kazoo, ottavino, oboe e violoncello, e strumenti giocattolo a cui probabilmente faceva riferimento il titolo dell’album.

Produce Peter Jenner (lo stesso che aveva prodotto The Piper at the Gates of Dawn, il debutto dei Pink Floyd e che avrebbe prodotto i due album solisti di Syd Barrett prima di dedicarsi a Marc Bolan, i Clash e Billy Bragg ), per l’allora astronomica cifra di 4 mila sterline (equivalenti a poco meno di 100 mila euro di oggi).

Una curiosità: Syd Barrett registrò una traccia di chitarra su un brano di Kevin che sarebbe uscito l’anno successivo, Religious Experience, un singolo non compreso nell’album,  poi reintitolata “Singing a song in the morning”, che rimase sepolta negli archivi fino a quando, recuperata durante i lavori di rimasterizzazione del disco, venne inclusa solo nella ristampa in CD del 2003, come extra track.

Tra i brani più interessanti, la suggestiva Song for Insane Times, che rievoca il folle periodo psichedelico in cui “tutti cantavamo il ritornello di I am the Walrus”