Nella primavera 2012 gli amici di Impact Hub Trentino mi hanno proposto di creare un format dedicato alla musica. Nell’arco di un quarto d’ora è nata l‘idea: potevo semplicemente replicare in pubblico ciò che faccio con i miei amici a casa mia, cioè raccontare delle storie di musica e fare girare dei dischi per spiegarmi meglio. I Salotti Urbani sono partiti nell’estate di quell’anno e ad ogni edizione abbiamo proposto quattro appuntamenti in strada, per nove anni a Rovereto, per altri due a Trento e negli ultimi anni divisi a metà tra Rovereto e il capoluogo. In un angolo del centro storico, allestito come un salotto casalingo, un giradischi e un cd player collegati ad amplificatori e casse, e vicino una borsa di dischi da raccontare ed ascoltare insieme, in maniera informale. A volte abbiamo preso in esame un singolo artista (in ordine sparso: David Bowie, Lou Reed, Iggy Pop, Ryuichi Sakamoto, Wayne Shorter, Prince, Nick Drake, Lucio Battisti, Serge Gainsbourg e molti altri), talvolta una particolare scena (il pre-punk, il post-punk, i Blitz kids e l’era New Romantic, il krautrock etc), o seguendo un tema astratto (ad esempio una carrellata di brani usciti tutti nello stesso anno, o uniti da un tema conduttore). In alcune occasioni abbiamo avuto anche ospiti pertinenti al tema della serata come Gianfranco Maraniello (storico dell’arte, ex direttore del MamBo di Bologna e del Mart di Rovereto, oggi direttore del Polo Museale del Moderno e Contemporaneo di Milano), il libraio Giorgio Gizzi o l’artista inglese Richard Crow (The Institution of Rot).
Il principio ispiratore dei Salotti Urbani è il ritorno a un ascolto attento e consapevole in un mondo che ci bombarda di suoni anonimi in un inarrestabile flusso di algoritmi. Conoscere la musica attraverso le esperienze di ascolto e le biografie dei musicisti è un approccio differenziato, uno spunto – anche critico – che può esaurirsi nella durata stessa dell’ascolto ma anche divenire invito all’approfondimento.
Quest’anno abbiamo in programma due appuntamenti a Rovereto, in due lunedì consecutivi all’Orto di San Marco in via Pasqui
Lunedì 1 luglio ore 18:30
George Harrison il Beatle “tranquillo”
Il terzo componente dei Beatles, in fatto di scrittura, era George Harrison. Più giovane di John, Paul e Ringo, entrato nella band a sedici anni, ha vissuto in ombra il primo periodo rivelandosi poi un autore di tutto rispetto (Something ne è un esempio) ma sempre più frustrato dallo strapotere della coppia Lennon-McCartney. Non è un caso che sia suo il primo disco solista di un Beatle (Wonderwall Music, 1968) e che dopo lo scioglimento farà uscire a proprio nome addirittura un triplo album (il leggendario All Things Must Pass). Tutt’altro che tranquillo come lo dipingeva la stampa, anzi inquieto e a tratti ossessivo, George ha maturato nel tempo uno stile personalissimo ed elegante, onesto e quasi confessionale, qualitativamente all’altezza delle altre due grandi penne con cui ha condiviso un decennio decisivo.
Lunedì 8 luglio ore 18:30
French touch: trent’anni di Air
Dal primo leggendario singolo (Modular Mix) agli ultimi lavori a quattro mani, Jean-Benoîte Dunckel e Nicolas Godin hanno scritto una storia a parte nella musica di ben tre decenni. Una ricetta sofisticata, che denota una certa ricerca nelle sperimentazioni e nelle soundtrack del passato ma anche un concreto sguardo al presente. Un percorso che passa necessariamente attraverso il capolavoro Moon Safari quanto il suo opposto, la “dark side” di The Virgin Suicides, tra suggestioni techno, Pink Floyd, Gainsbourg e Morricone.
I Salotti Urbani sono organizzati da Impact Hub Trentino, sostenuti dalla Provincia di Trento e realizzati in collaborazione con Velvet Music Experience e Orto San Marco.
A cosa far attenzione quando scegli il tuo giradischi
Quello che chiamiamo giradischi è in realtà un sistema composto da tre parti distinte: il piatto rotante, mosso da un motore elettrico, il braccio e il fonorivelatore (o testina).
Il piatto
I piatti possono avere tre tipi di trazione diversa: a cinghia, a puleggia o a trazione diretta. I più diffusi sono sicuramente quelli a cinghia (belt drive), perché combinano la semplicità costruttiva con una apprezzabile silenziosità. Sull’alberino del motore è montata una puleggia che tramite una cinghia elastica trasmette il movimento al piatto, dissipando nel contempo la maggior parte delle vibrazioni indesiderate. Meno comuni i giradischi a puleggia (idler wheel drive), dove invece il motore azione una puleggia che a contatto con il piatto imprime la rotazione. Quelli più utilizzati dai dj sono invece tutti giradischi a trazione diretta (direct drive) perché – avendo il motore montato sotto il perno del piatto – garantiscono una coppia (torque) molto elevata, capace di far partire un brano da fermo alla giusta velocità in maniera pressoché istantanea (mentre i cinghia, con meno coppia, sono più lenti e impiegano diversi secondi per raggiungere la rotazione corretta) e talvolta di adattare il pitch (cioè l’intonazione, ovvero la velocità di rotazione) alle proprie necessità di mixaggio “in battuta”. Tutte features queste che all’utente casalingo (che cerca semmai la riproduzione più corretta possibile) non servono a nulla, e in più la trazione diretta è tendenzialmente più rumorosa della cinghia, poiché le vibrazioni del motore si scaricano fatalmente sul piatto.
Il piatto può essere di vari materiali: metallo o leghe antimagnetiche, vetro, plastica, resina (a volte il disco Può essere pressofuso o stampato, può avere sul bordo le tacche per il controllo stroboscopico della velocità. Sono tutte scelte progettuali, non c’è una scelta migliore delle altre, vanno interpretate nella coerenza dell’insieme e soprattutto nel loro risultato sonoro. In linea generale, un piatto pesante è però sempre preferibile a uno leggero, anche perché l’inerzia del peso favorisce la regolarità della rotazione.
Non è una regola, ma spesso il peso e la qualità dei materiali impiegati vi dà un’idea della qualità complessiva di un giradischi. Non è un caso infatti se i modelli più prestigiosi pesano alcune decine di chili.
Manuale o automatico?
Esistono giradischi automatici e semiautomatici, forse pratici da usare per chi è alle prime armi, ma li sconsiglio perché i leveraggi dell’automatismo (quasi sempre realizzati con lamierino di bassa qualità e/o con ingranaggi di plastica) col tempo tendono a rovinarsi in maniera irrimediabile. I giradischi manuali invece si mantengono meglio nel tempo, necessitano solo un po’ di pratica per imparare ad usarli nella maniera corretta. Per usare un motto caro a Henry Ford, “ciò che non c’è, non si rompe”.
Il braccio
I bracci sono di diversa forma (generalmente dritti, a S, a J, ma alcuni hanno architetture particolari, come i bracci tangenziali), diverse articolazioni (imperniato, unipivot, a lama di coltello etc) e diversa massa.
Non esiste una forma migliore, sono solo scelte progettuali diverse pensate per risolvere o minimizzare i problemi di parallelismo rispetto ai solchi, ma ciò che ne determina le caratteristiche (oltre all’articolazione, benché in misura minore) è in particolare la massa, come vedremo tra poco parlando delle testine. Molti bracci nascono con il modello di piatto a cui sono abbinati e non è possibile sostituirli (se non con interventi radicali che sinceramente sconsiglio), ma nei giradischi più evoluti si può scegliere il modello preferito (molti audiofili ne utilizzano addirittura due o tre con lo stesso piatto in contemporanea, ma ovviamente ne possono ascoltare solo uno alla volta).
La testina
Infine, la testina (o fonorivelatore): componente molto trascurato, forse per la misura minuta, ma cruciale nell’ascolto di un disco. È dalla testina infatti che parte quel piccolo segnale elettrico che una volta amplificato percepirete come musica. La sua scelta è una delle bestie nere dell’appassionato, perché va calcolata secondo precise tabelle che tengono conto della massa del braccio a cui va collegata la testina. Il problema è che spesso la massa effettiva del braccio non è riportata nella scheda tecnica dal costruttore.
Esistono due grandi famiglie di testine: le più comuni, a magnete mobile (MM), ad alta cedevolezza, che si possono abbinare a bracci di massa bassa o media (la stragrande maggioranza), e le più raffinate (e costose) testine a bobina mobile (MC), a bassa cedevolezza, che viceversa richiedono bracci ad alta massa per essere governate nei solchi.
Le MC inoltre hanno bisogno di un livello di preamplificazione ulteriore, poiché il loro segnale è molto più debole delle testine MM. Se non avete un pre-phono per testine MC, potete collegare il giradischi a uno step-up (in sostanza un moltiplicatore di impedenza, che serve ad amplificare il segnale) e da qui collegarvi all’ingresso phono (o al pre-phono esterno).
Esistono anche tecnologie differenti (a ferro mobile, ad esempio, che per caratteristiche e comportamento si possono assimilare alle MM), ma si tratta di una ristretta minoranza di prodotti.
Come funzionino le diverse tecnologie è argomento che merita una trattazione a parte (ma solo per inguaribili curiosi). Per il momento vi basti sapere che per un neofita una testina MM è una scelta obbligata, oltre che più economica, ma comunque permette di riprodurre musica con un livello qualitativo molto buono. Al punto che alcune MM (un caso esemplare è la famosa Shure V15 IV, fuori produzione da anni ma tuttora molto ricercata) addirittura rivaleggiano con molte MC di alto livello.
GiradischI, gioie e dolori
Una doverosa postilla riguarda il sistema giradischi nel suo complesso: alla sua massima espressione, la riproduzione analogica del suono può essere di sicuro piacevolissima e coinvolgente, ma non scevra da errori. L’angolo di lettura ad esempio cambia in continuazione mentre il braccio, ruotando sulla sua articolazione, scorre seguendo la spirale dei solchi dall’esterno verso l’interno del piatto. Una delle imprese più complesse per chi è alle prime armi è infatti la dimatura della testina (ossia l’impostazione dell’angolo di tracciamento) e il bilanciamento del braccio (impostazione del peso). Operazioni che servono a mettere a punto il giradischi in modo che quegli inevitabili errori siano il più possibile inudibili durante la riproduzione.
Negli anni si sono sperimentate varie architetture di bracci, come il braccio tangenziale (famosi i Goldmund), quello a galleggiante (come il Moss) o il braccio a pantografo (il celebre Zero della Garrad) ma tutti i sistemi escogitati non si sono rivelati migliori del tradizionale braccio da 9” con articolazione cardanica.
Il giradischi infatti non è un sistema perfetto, ma il frutto di una serie di compromessi e limiti tecnico-strutturali della riproduzione analogica che sono stati in parte risolti, a partire dagli anni 80, con l’introduzione del compact disc (il CD) e del suono digitalizzato.
Per essere espliciti: se cercate il silenzio perfetto tra i brani, non lo avrete mai da un disco in vinile. Se non udite il rumble (rumore di trascinamento dovuto allo sfregamento del diamante nei solchi) è solo perché il volume è troppo basso. Inoltre la definizione del suono, mentre il braccio si avvicina al centro del disco, va gradualmente deteriorandosi perché la testina fa meno strada a parità di giri.
Insomma, scegliere il giradischi significa sempre rassegnarsi all’imperfezione. Da questo punto di vista, può essere persino l’inizio di un percorso quasi Zen: enormi soddisfazioni, ma anche grande sofferenza quando qualcosa non funziona come dovrebbe (e chi ha una lunga esperienza analogica lo sa, il problema si verifica sempre quando meno te lo aspetti). A volte basta un piccolo filo che si dissalda per trasformare la nostra sessione di ascolto in un imprevisto dramma.
Un altro accorgimento importante (che pochi ricordano) è che il giradischi per lavorare al meglio deve essere perfettamente in piano: prima di avviarlo controllatelo accuratamente con una livella, ne esistono di molto piccole in commercio adatte allo scopo. Alcuni giradischi hanno i piedini regolabili, gli altri si possono mettere “in bolla” con degli spessori di legno o cartone.
Ultimo consiglio: la miglior posizione per un giradischi è su uno scaffale a muro dedicato solo a lui. In questo modo è indipendente rispetto al pavimento (trasmettitore di vibrazioni) e alle altre elettroniche. A proposito, mai – dico mai – appoggiarlo direttamente sull’amplificatore o sullo stesso scaffale su cui poggiano i diffusori: significa ingenerare perniciose interferenze elettromagnetiche o risonanze che possono diventare incontrollabili, con il rischio di danneggiare i vostri diffusori.
Nei fine settimana del 17-18 e 24-25 maggioSpaceways , la manifestazione del Centro servizi Santa Chiara curata da Enrico Bettinello, propone un serie di eventi di alto interesse.
Si parte venerdì 17 e sabato 18 maggio con il weekend dedicato al jazz contemporaneo. I concerti principali all’Auditorium Melotti vedranno protagonisti due tra i nomi più rilevanti della scena internazionale degli ultimi decenni: Uri Caine (il cui trio ospiterà la voce di Barbara Walker) e Hamid Drake in un progetto omaggio a Alice Coltrane. Non mancheranno alcuni momenti di grande fascino come il trio del sassofonista Larry Ochs o il solo del pianista cubano Aruàn Ortiz negli spazi del Museo Mart, uno sguardo al giovane jazz italiano con il trio Relevé di Anais Drago e il trio a nice noise (che unisce gli She’s Analog e Any Other), l’originale juke-box danzato degli svizzeri LaPP e uno spazio dedicato ai suoni più groovy, con i dj-set di Nicola Conte e Max “Jazzcat”.
VELVET partecipa come partner della rassegna, ospitando nel pomeriggio di sabato 18 maggio alle 17 Rocco Pandiani, patron della Right Tempo, storica etichetta jazz dancefloor romana che festeggia i suoi primi trent’anni con The Congregation, una nuova compilation assemblata da Max Jazzcat Conti (che la sera suonerà al foyer dell’auditorium Melotti).
Nel secondo weekend, venerdì 24 e sabato 25 maggio, grande attesa per un nome di culto dell’elettronica come William Basinski, così come per la rivelazione del 2023, Daniela Pes, in un programma che vede anche la presenza del pop irriverente di Auroro Borealo, della sound artist Flora Ying Wong in dialogo con l’illustratrice Sara Cimarosti e di un nome di culto della danza e performance come Alexandra Bachzetsis (che porta al Mart il suo “Notebook”). Non mancheranno, inoltre, momenti originali come la performance di “Orrore a 33 giri” nella piazza del Mart, il dj set di Everest Parisi e Cloudways, un ampio momento tra illustrazione e musica curato dal Festival Nuvolette di Impact Hub Trentino, già partner di Spaceways nell’edizione scorsa.
Sabato 25, alle 17,VELVET ospitaKohlhaas, etichetta nata nel 2013 che si è specializzata nella ricerca sonora attraverso i suoi vari esiti, dall’improvvisazione radicale all’elettroacustica, dalla poesia sonora alla composizione contemporanea.
Due fine settimana da vivere abbandonandosi al flusso dei suoni e delle performance, alla scoperta delle relazioni tra la musica, i corpi e gli spazi, tra l’arte e l’illustrazione. Spaceways è un progetto del Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento in collaborazione con il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, il Festival Nuvolette e WeStart.
Mercoledì 27 marzo alle 21 vi aspetto a Trento a Harpo Lab per parlare della musica nei film di Tarantino.
Le colonne sonore di Tarantino sono famose tanto quanto i suoi film. Tarantino è capace di pescare gemme nascoste nella storia della musica e di svelarle al mondo attraverso il suo cinema. Nel corso della serata, Giuliano Lott, grande esperto di musica di ogni genere, ci condurrà in un ascolto guidato di alcuni di questi brani, da Chuck Berry a Morricone, da Kool & The Gang a Luis Bacalov.
“La musica, se vuole essere capita e assorbita, non può essere solo un sottofondo” una delle cose che ho raccontato a Emiliano Raffo nella sua intervista su MOW.
In molti mi hanno chiesto quanto costa un impianto hifi. Non esiste una risposta univoca, ma in linea generale l’alta fedeltà non è a buon mercato. Per alta fedeltà intendiamo una catena di riproduzione composta da almeno una sorgente (giradischi o cd player), un amplificatore e un paio di diffusori capace di riprodurre la musica in maniera credibile e conforme al lavoro degli ingegneri del suono che hanno confezionato il master di quel disco. Con molta difficoltà, un pizzico di fortuna e giocando anche sul mercato dell’usato, nella fascia tra i 1000 e i 1200 euro si può accedere all’entry level, ovvero un livello minimo di qualità audio che consente di godere della vostra musica quasi come se foste alla consolle dello studio di registrazione, con i corretti equilibri di tono e le giuste dinamiche.
Giradischi e cdplayer
Per quanto riguarda le sorgenti, grande attenzione va posta alla scelta del giradischi. Sul mercato del nuovo, difficilmente si trova un prodotto hifi al di sotto dei 400 euro, ma su quella stessa fascia il mercato dell’usato offre molte soluzioni interessanti, e con una qualità spesso superiore all’entry level nuovo. Per questa ragione da Velvet trovate numerosi giradischi degli anni 70 e 80, talvolta aggiornati (grazie alla componentistica Audiosilente, marchio leader per quanto riguarda la ricambistica per grandi giradischi vintage come Thorens e Garrard) per poter corrispondere alle esigenze di oggi, ma l’analogico è una tecnologia giunta a completa maturazione da almeno trent’anni e dunque una macchina di alta fascia di 30-40 anni fa suonava bene allora e suona bene anche adesso, se inserita in una catena di buon livello.
Se già disponete di un cd player dotato di uscita digitale (digital output), lo si può collegare a un convertitore (DAC) che con una spesa modesta farà suonare meglio le stringhe di 1 e 0 estratte dai vostri compact disc. Al DAC si possono inoltre collegare altre fonti digitali (streamer, pc etc). In alternativa, si può inserire una meccanica di lettura a monte del DAC, oppure valutare un cd player con un soddisfacente rapporto qualità-prezzo, in base alle proprie capacità di spesa.
Amplificatori
Per quanto riguarda l’amplificazione, la soluzione più conveniente rimane l’amplificatore integrato (che ospita nello stesso chassis un preamplificatore e un amplificatore finale), specie se dotato di ingresso phono, ovvero di una fase supplementare di preamplificazione (pre-phono) espressamente dedicata al giradischi, che emette un segnale molto più debole rispetto ad altre fonti elettroniche (cd player, radio etc). Dagli anni 90 in poi, con la dismissione dei giradischi analogici, i produttori hanno smesso di dotare i propri amplificatori di un pre-phono costringendo gli appassionati dell’audio analogico ad acquistare un pre-phono esterno. Si tratta di una soluzione ottima, in realtà, perché un pre-phono esterno funzionerà sicuramente meglio dei circuiti economici pensati per equipaggiare di ingresso phono gli amplificatori degli anni passati. Ma è di certo un costo aggiuntivo, che va calibrato. Esistono pre-phono da poche decine di euro e apparecchi che ne costano migliaia: va trovata a soluzione migliore tenendo sempre presente la caratura della catena hifi e il rapporto qualità-prezzo. A un livello qualitativamente superiore si colloca invece l’abbinata preamplificatore-amplificatore finale, a moduli separati, che però introduce nuovi problemi (a partire dell’abbinamento tra le diverse elettroniche) ed è pertanto sconsigliabile per un neofita.
Da Velvet disponiamo di amplificazioni Lector – Docet, nota casa di Pavia da quasi quarant’anni sinonimo di altissima qualità audio made in Italy, ma non per tutte le tasche. L’alternativa è il mercato dell’usato, in cui possiamo comunque guidarvi e consigliarvi in base alla nostra esperienza.
Diffusori
Infine i diffusori: da Velvet abbiamo la gamma completa Indiana Line, marchio storico dell’hifi italiana con un’imbattibile rapporto qualità-prezzo. Si parte da circa 300 euro fino a sfiorare, con il top di gamma, i 2mila euro. Come vedete, cifre significative ma alla portata di quasi tutti. Anche per i diffusori, possiamo introdurvi comunque al mondo dell’usato, dove potete accedere a prodotti di qualità superiore a fronte di spese tutto sommato contenute.
Dove alloggiare il vostro impianto?
Gran parte degli appassionati dell’audio hanno già scelto una mobilia dedicata, realizzata secondo particolari criteri costruttivi che esaltino le prestazioni del vostro impianto. A Velvet la scelta è caduta su ArtigianAudio, un altro marchio italiano (nato ad Acqualagna, nelle Marche) che rappresenta un’eccellenza nel proprio campo. Va detto: non è mobilia economica, perché è costruita con specifica cura e senza compromessi, per esprimere la migliore qualità audio della vostra catena hifi. È adatta a chi ha già un impianto di alto livello e desidera posizionarlo in maniera adeguata. Nel vasto catalogo ArtigianAudio troverete sicuramente il design che vi soddisfa di più o meglio si adatta al vostro gusto, e per gli incontentabili l’azienda può realizzare anche progetti su misura.
Il vinile da prodotto di consumo a prodotto da collezione
Nel loro momento di maggior diffusione, i dischi – quelli in vinile, per capirci – erano calcolati merce di consumo. Roba che si compra, si ascolta, si consuma per poi comprarne altra e ricominciare da capo. Negli anni 60, 70 e 80, nessuno pensava di manutentare il proprio archivio sonoro. Dunque le copertine, per l’uso frequente, si sgualcivano, i dischi si strisciavano e si sporcavano e nessuno trovava deleterio questo processo.
Con il sorgere di una nuova tecnologia, il digitale, gli LP hanno iniziato a sparire dagli scaffali per fare posto al compact disc, e in contemporanea è iniziato il collezionismo del vinile, percepito non più come oggetto di consumo, ma da collezione. Da qui la necessità di preservare i preziosi dischi dall’invecchiamento e dal danneggiamento.
Come proteggere i propri dischi in vinili
Oggi pare normale vedere una collezione di dischi imbustati e protetti, ed è la prima cosa sana da fare con un disco nuovo: togliere il cellophane originale, che peraltro è origine di cariche elettrostatiche che inficiano l’ascolto, e inserire il disco in una busta in plastica trasparente, per proteggere la copertina.
Anche il disco stesso si può proteggere, inserendolo in una busta antistatica che eviterà perniciosi sfregamenti del nostro vinile sui bordi delle inner sleeve (le buste interne dei dischi).
Come pulire i propri vinili
Ma soprattutto i dischi con qualche decennio di vita si possono pulire con varie tecniche. Nel corso del tempo si sono succeduti molti sistemi per pulirli, dai liquidi “miracolosi” degli anni 70 (rivelatisi pessimi nel tempo, perché lasciavano sulla superficie residui grassi che uniti alla polvere formavano una morchia in fondo ai solchi impossibile da rimuovere) al celebre rullo Nagaoka, buono per una rapida pulizia di emergenza, fino alle varie lavadischi a bagno, con o senza aspiratore (Knosti, Okki Nokki, etc). Negli ultimi anni sono arrivate sul mercato le lavadischi a ultrasuoni, che bombardano con frequenze altissime (35-40 mila Hertz) i dischi in un bagno di acqua distillata e alcol isopropilico. Tra queste ho scelto quella che ritengo la migliore per efficacia: la Kirmuss Audio KA-RC1
Quella che ritengo la migliore è un prelavaggio con la lavadischi Knosti in una miscela di acqua distillata e alcol isopropilico, seguito da un ciclo di cinque minuti in una lavadischi a ultrasuoni.
Solo quest’ultimo è in grado di rimuovere in maniera efficace polvere e sporcizia annidata nei solchi, specie quando sono stati maneggiati in modo sbagliato, pinzandoli con le dita e sporcandoli con l’unto dei polpastrelli, che mescolandosi con la polvere finisce per creare uno strato di morchia in fondo ai solchi. Il principio è più o meno lo stesso della detartrasi per la pulizia dei denti. La superficie da pulire viene bombardata con frequenze altissime (nell’ordine dei 35-40 kHz) e in questo modo la sporcizia si stacca da sola.
È un sistema che offre solo vantaggi, dato che non procura alcun danno al disco e anzi lo può riportare a livelli di eccellenza sonora. Naturalmente, una pur efficace pulizia non rimuove i graffi. Tuttavia, per l’esperienza che mi sono fatto in diversi anni di utilizzo, una buona pulizia può ridurre in modo sensibile anche fruscii e click nell’ascolto.
Venerdì 13 ottobre sarà un’altra data importante: alle 18 avremo ospiti in negozio Cesare Malfatti (La Crus, Dining Rooms….) e Georgeanne Kalweit (aka Gi Kalweit, a lungo voce dei Delta V) che presenteranno il loro disco A Temporary Lie, e alle 20.30 lo suoneranno dal vivo al circolo Arci La Poderosa (sempre qui in via Tartarotti, a pochissimi metri da Velvet)
I Salotti Urbani sono delle selezioni musicali curate e commentate da me, Giuliano Lott, che si svolgono in salottini creati lungo la strada.
Da 10 anni curo questi appuntamenti per Impact Hub Trentino che con me li ha ideati.
Nell’estate 2023 in quattro diverse location del centro storico di Rovereto e Trento viene ricreato un vero e proprio salotto con poltrone, piante, abat jour, giradischi e vinili e potrò accompagnare il pubblico in un viaggio musicale.. Brani selezionati e diffusi tramite supporti classici (vinile su giradischi analogici e cd su tradizionali player) si alterneranno durante un conviviale dibattito all’aperto permettendo a chiunque di vivere un’esperienza musicale consapevole, tanto più oggi, in un clima di mero consumo targettizzato e governato dagli algoritmi.
Parleremo e ascolteremo: David Crosby e Wayne Shorter a Rovereto prima e poi Ryūichi Sakamoto e Joni Mitchell a Trento.
Ecco i quattro appuntamenti con i Salotti Urbani in programma ad orario aperitivo, tra Rovereto e Trento dalle 18.30.
Ecco gli appuntamenti in programma:
lunedì 19 giugno
ROVERETO in Piazzetta Kaiser Kaiserjäger
Il sogno e la poesia di David Crosby
Croz, così gli amici e i fans lo chiamavano, ha condizionato la storia del rock americano più libertario e radicale al punto di potersi quasi confondere con essa. David Crosby ha infatti attraversato le inquietudini degli anni 60, fondando dapprima i Byrds assieme a Gene Clark e Roger McGuinn, poi unendosi a Stephen Stills e Graham Nash in un supertrio che divenne quartetto con Neil Young ed infiammò il festival di Woodstock. Ma anche nella sua attività solistica seppe raccontare con ispiratissimo lirismo quell’era in continuo movimento, di cui il leggendario If I could only remember my name è un autentico monumento. Anche Croz ci ha lasciato da poco, il 18 gennaio di quest’anno, poco dopo l’uscita del suo purtroppo ultimo disco, dall’emblematico titolo For Free.
lunedì 26 giugno
ROVERETO nel Cortile chiesetta S. Osvaldo via Santa Maria, Rovereto
in collaborazione con OSVALDO – Nuovo Cineforum Rovereto
Wayne Shorter: Oltre ogni standard
Wayne Shorter è stato uno dei grandi e più longevi fuoriclasse del jazz, un grande innovatore e immaginatore di musica. Fu anche per questo che Miles Davis lo scelse, quando aveva già inciso alcuni fondamentali dischi per la Blue Note (Night Dreamer, Juju, Etcetera, Speak no Evil, The All Seeing Eye, Adam’s Apple, tanto per citarne alcuni) nella formazione che porterà alla svolta del jazz elettrico di In a Silent Way (il cui tema è appunto di Shorter) e Bitches Brew. Dopo questa esperienza fonderà i Weather Report, una band che è entrata nella leggenda, mescolando jazz, rock, musica etnica e avanguardia nei suoi sedici anni di storia, tra il 1970 e l’86. Ma la vena di Shorter non si inaridisce e continua a creare musica nuova fino a tutti gli anni Duemila. Si è spento lo scorso 2 marzo all’età di 89 anni, e la sua vicenda artistica ben si adatta al tema del festival Osvaldo (Oltre).
lunedì 3 luglio
TRENTO in piazza Piedicastello
Ryūichi Sakamoto, il pioniere elegante
Ryuichi Sakamoto è stato il musicista giapponese più conosciuto al mondo. Rivoluzionario e al tempo stesso profondo conoscitore della tradizione, compositore raffinatissimo, ha fondato alla fine degli anni 70 la Yellow Magic Orchestra, prima band del Sol Levante a sfondare nelle classifiche occidentali per poi avviare una carriera solistica esemplare, tra collaborazioni illustri (David Sylvian, Thomas Dolby, Iggy Pop, Alva Noto, Hector Zazou, Fennesz e altri), colonne sonore (Furyo, L’Ultimo Imperatore, Tacchi a Spillo, Piccolo Buddha), imprevedibili incursioni nella bossanova (Casa, con i coniugi Morelenbaum) e nella musica glitch, alternando piano solo a esperimenti con l’elettronica. Pioniere coraggioso e di immenso stile, si è spento alla fine di marzo nella sua Tokyo, stroncato da un tumore a 71 anni.
lunedì 10 luglio
TRENTO in via San Martino
Dal folk al jazz, il viaggio di Joni Mitchell
Joni MItchell non ha bisogno di presentazioni: è considerata universalmente una delle più grandi cantautrici di sempre, ma c’è chi non esita a definirla la migliore. Partita dal Canada con la sua chitarra, amica dei suoi connazionali Neil Young e Leonard Cohen ben prima della loro fama, sbarca a New York dove diviene in breve una star del folk. Si accompagna con David Crosby e Graham Nash e snocciola una serie di dischi che entrano nella storia, come il celebre Blue. A metà degli anni 70 rivoluziona poi il suo stile includendo musicisti jazz nella band che l’accompagna (Tom Scott, John Guerin, Jaco Pastorius, Pat Metheny, Lyle Mays, Wayne Shorter, Herbie Hancock) e si guadagna la stima del burbero Charlie Mingus, che le affida alcune sue composizioni ma purtroppo muore prima di sentirle realizzate, almeno in parte, nel disco che porta il nome del grande contrabbassista di Nogales. Negli anni 80 torna al rock e all’inizio del nuovo millennio stupirà ancora con il greatest hits orchestrale Travelogue. Artista a tutto tondo, oggi sopravvive all’aneurisma che l’ha colpita nel 2015. A novembre compirà 80 anni.
I Salotti Urbani sono organizzati da Impact Hub Trentino sostenuti dalla Provincia di Trento e realizzati in collaborazione con Velvet Music Experience, Trento Aperta, Nuovo Cineforum Rovereto e Osvaldo, Comitato Festa Sant’Apollinare, duepunti libreria, El Barrio. Si ringraziano il Comune di Rovereto e Trento.