Tornano i SALOTTI URBANI


Due poltrone, un tavolino, un’abat-jour ricreano uno spazio accogliente a cielo aperto per ospitare i Salotti Urbani: qui giradischi e vinili la fanno da padroni per quattro serate di esplorazione della cultura musicale con Giuliano Lott, giornalista, musicista, critico musicale e titolare dell’unico negozio di dischi del Trentino, VELVET Music Experience.

Nei Salotti Urbani, organizzati da Superflùo | dissonanze creative, i brani si alternano a un racconto condiviso sulla recente cultura musicale, per esplorare l’anima urbana della musica, tra tensioni, contraddizioni e bellezza.

Quattro appuntamenti in luoghi diversi, per viaggiare da Detroit a Berlino, passando per le grandi città europee e americane, fino ai linguaggi dell’impegno e della pace e a un momento dedicato a Paolo Benvegnù.


Quest’anno per i primi due appuntamenti, all’interno del progetto Suoni Urbani,  si concentrano su l’anima urbana della musica.

Lo sviluppo della musica pop, rock e jazz non sarebbe pensabile fuori da un contesto urbano, quando non metropolitano. Ogni città ha un proprio carattere e un proprio suono, oppure una certa varietà di suoni, con il loro portato di inquietudine e tensione. Esploreremo come la città abbia influenzato – e continui a influenzare – la musica in percorso fatto di brani, parole e ascolti condivisi per raccontare le tensioni, le contraddizioni e la bellezza della vita metropolitana.

📍 Lunedì 9 giugno 2025, ore 18.00 | Piazza Piedicastello, Trento

Detroit, New York, Los Angeles: le metropoli americane

Detroit non è stata solo la patria della Motown, l’etichetta che ha fatto conoscere il grande soul di Marvin Gaye, Stevie Wonder, Four Tops e Supremes al pubblico bianco, ma anche del protopunk di Stooges e MC5, di musicisti jazz come Elvin Jones, Kenny Burrell, Ron Carter e Karriem Riggins, di bands neogarage come i White Stripes. Ma lo stesso fermento lo troviamo anche a New York, che ha dato natali e palcoscenici a Television, Sonic Youth, Talking Heads, Ramones, Velvet Underground, Beastie Boys, Helmet, Interpol. E ancora Los Angeles con i Love, i Doors, i Byrds, ma anche i Little Feat, i Minutemen, gli Eels e più generazioni della Black Music, dai Brothers Johnson agli NWA, mentre la colta Boston secerne Cars, Modern Lovers, Pixies, Galaxie 500, Buffalo Tom e gli Aerosmith. Storie e scuole diverse che andremo a sondare attraverso la musica.

In collaborazione con il Comitato Feste Sant’Apollinare


📍 Lunedì 16 giugno 2025, ore 18.00 | Via San Martino, Trento

Londra, Parigi, Berlino: nel cuore dell’Europa

In Europa sono molti i centri in cui si è sviluppata una propria identità sonora. In primis Londra, con le sue migliaia di artisti e gruppi (possiamo partire da Rolling Stones, Yardbirds, Cream, Fleetwood Mac, Pink Floyd, Jam, Psychedelic Furs, Suede, Blur, XX e proseguire fino ad oggi), ma anche altre città della Gran Bretagna hanno avuto un ruolo cardine (Liverpool ad esempio, con una linea che va dal Merseybeat ai Beatles, fino ai Teardrop Explodes e a Echo & the Bunnymen), Manchester (John Mayall, 10CC, Buzzcocks, Joy Division, New Order, Smiths, Stone Roses, Verve fino a Doves e Elbow, per non citare gli Oasis) o Glasgow (Blue Nile, Simple Minds, Arab Strap, Aztec Camera, Lloyd Cole, John Martyn). Ma anche Parigi (Serge Gainsbourg, Magma, Ulan Bator, Air, Daft Punk) e Berlino (da Ash Ra Tempel, Cluster, Tangerine Dream fino a Paul Kalkbrenner e Moderat). Attraverso le canzoni facciamo una ricognizione nelle realtà urbane europee più significative.

BarrioIn collaborazione con due punti libreria e El Barrio


📍 Domenica 22 giugno 2025, ore 10.00–12.00 | Campana dei Caduti, Rovereto

La guerra, la pace, l’impegno sociale | Sessant’anni di canzoni, da Dylan agli Idles

All’interno del festival Nuvolette – dedicato al fumetto, all’illustrazione e alla cultura pop – un Salotto Urbano speciale intreccia musica e disegno dal vivo. Dalle canzoni pacifiste degli anni ’60 fino ai linguaggi contemporanei del rock impegnato, un racconto per brani e parole con Giuliano Lott, accompagnato dalle illustrazioni live degli artisti di Becoming X, che realizzeranno un murale sul tema della pace, lasciato in esposizione permanente.

Fino agli anni ‘60 il tema della guerra, come quello della pace, non faceva parte dell’immaginario pop. Lì c’era posto solo per canzoni d’amore. Ci è voluto Bob Dylan con Masters of War a risvegliare le coscienze di molti artisti, che hanno iniziato a riconoscersi nelle parole abrasive del menestrello di Duluth aderendo ai movimenti giovanili che hanno in parte cambiato i connotati della società. Da allora molte cose sono mutate, ma i conflitti rimangono purtroppo all’ordine del giorno, anzi bussano alle porte di casa nostra. Attraverso le canzoni scopriremo come l’impegno dei musicisti abbia contribuito a diffondere messaggi di protesta e di indignazione retti dalla poetica di un mondo in cambiamento, fino alla devastante War degli Idles.

L’evento si chiude con i 100 rintocchi di Maria Dolens.

In collaborazione con Campana dei Caduti


📍 lunedì 7 luglio 2025, ore 18.30 | Orto San Marco Setàp

In morte di un poeta. Paolo Benvegnù (1965-2024)

La fine del 2024 ci ha portato via quello che per molti è stato il miglior cantautore della sua generazione, Paolo Benvegnù, stroncato da un infarto il 31 dicembre scorso. Dopo tre dischi con gli Scisma, Paolo ha inanellato una serie di dischi bellissimi, a partire dal primo, Piccoli Fragilissimi Film, fino all’ultimo, È inutile parlare d’amore, che finalmente gli aveva fruttato il prestigioso riconoscimento della targa Tenco per il miglior album dell’anno. Con il cuore che trabocca dall’emozione, faremo un viaggio tra le canzoni di un grande poeta, di quelli che – come disse Moravia alla morte di Pasolini – ne nascono forse due o tre nell’arco di un secolo.

in collaborazione con Orto San Marco Setàp

(in caso di maltempo recupero il 4 agosto)

Le testine, come utilizzarle e come capire quando vanno sostituite

La testina del nostro giradischi è un piccolo capolavoro di microingegneria, forse una delle più alte dimostrazioni dell’intelligenza umana perché malgrado l’estrema semplicità di base è riuscita a farci conoscere per decenni il piacere di ascoltare la musica con una qualità prima impensabile. Cercherò di semplificare il più possibile: la testina (o fonorivelatore) è un generatore elettromeccanico composto da un diamante, un cantilever e un sistema di magneti e bobine.

Il diamante, o la puntina (o stylus, o stilo), strettamente detta:  di solito è un cristallo sintetico, un diamante artificiale, ma talvolta è derivata da cristalli naturali, come zaffiro e rubino, tagliati in maniera da aderire meglio possibie alle pareti del microsolco.

Esistono diversi tagli e forme del diamante, a seconda del pregio della testina (Line Contact, MicroLine, Shibata…). I diamanti più semplici sono a pianta sferica (cioè sono conici), i più elaborati hanno una sezione ellittica o iperellittica (la pianta allungata si avvicina più a una lama che a una punta) e sono migliori perché maggiore è la superficie di contatto tra diamante e microsolco, maggiore è la quantità di informazioni captata dalla vostra testina. Inoltre migliore è il taglio del diamante minore è l’usura del disco, che non dimentichiamolo, è un oggetto delicato e deperibile e va trattato bene se volete che duri a lungo. 

Le testine moving magnet (MM) 

Il diamante è innestato o incollato su un’astina di alluminio (ma talvolta vengono utilizzati anche altri metalli leggeri come il boro) detta cantilever. Questa astina ha all’altra estremità un magnete posto tra due bobine all’interno del corpo testina (il “guscio” del fonorivelatore). Questo magnete, quando la testina è ferma, si trova in posizione neutra, di riposo, ma appena il diamante scorrendo nel solco del disco inizia a vibrare, quelle vibrazioni, opportunamente amplificate, ricreano il suono della registrazione sonora, facendoci rivivere la musica. 

Si parla in questo caso di testine MM (moving magnet, magnete mobile), di gran lunga le più comuni sul mercato. Tra le MM più celebri e comuni, le Shure M44 (molto usate dai dj negli anni 80 e 90) e V15 (scelta da molti intenditori e audiofili) e le Stanton. Sono caratterizzate da alta cedevolezza (cioè una maggior flessibilità del cantilever) e richiedono bracci a bassa massa per esprimersi al meglio. La buona notizia per chi è poco pratico di audio analogico è che i bracci a bassa massa sono la stragrande maggioranza, e una testina MM si adatta quasi sicuramente al vostro giradischi. 

Le testine moving coil (MC)

Esistono però testine che utilizzano una tecnologia inversa, cioè hanno all’estremità una bobina anziché un magnete, che è posto tra due magneti all’interno del corpo testina. Hanno bassa cedevolezza (ovvero flettono meno perché il cantilever è più rigido), richiedono pertanto di essere pilotate da un braccio ad alta massa, ed hanno una bassa uscita. Sono le testine MC (moving coil, cioè a bobina mobile), che occupano il segmento più alto del mercato. Sono molto più raffinate delle MM, ma anche più costose, ed abbisognano di un sistema di preamplificazione più potente, perché il segnale che producono è sensibilmente più basso. Sono oggetti delicati e adatti a un utente molto esperto. Per adottarle serve un pre-phono dedicato o – in alternativa – uno step-up, cioè un moltiplicatore di impedenza per sfruttarne appieno le caratteristiche con un tradizionale ingresso phono MM. 

Abbinamento braccio-testina

Esistono delle tabelle per abbinare correttamente braccio e testina, mai i calcoli non sono facili, sono davvero pochi i costruttori che pubblicano la massa dei propri bracci. Ad essere pedanti, bisognerebbe smontarli e pesarne le componenti con bilance di precisione, e poi rimontarli perfettamente per poter abbinare la miglior testina possibile. Dunque  spesso la ricerca della soluzione migliore passa attraverso tentativi, fallimenti e nuovi tentativi, per quanto in questi anni la diffusione di forum specifici online abbia reso questo lavoro più facile. Chi conosce abbastanza la propria attrezzatura (servono tutte le misure, anche il peso delle vitine con cui collegate la testina al braccio) può scaricare questo pratico calcolatore di TNT Audio, un forum guidato da esperti dell’audio: https://www.tnt-audio.com/sorgenti/arm_cartridge_resonance_calculator.html

Quanto si spende 

I costi ovviamente salgono in conseguenza della qualità. Per orientarsi, mentre si trovano testine MM economiche di discreta qualità già dai 70-80 euro in su, per una MC entry level (cioè il prodotto più economico con quelle caratteristiche tecniche, un buon esempio può essere la Denon DL103, creata agli inizi degli anni 60 in Giappone per le emittenti radiofoniche ed è tutt’ora in produzione) bisogna mettere in preventivo una cifra almeno sei o sette volte superiore, alla quale va aggiunto uno step-up o un pre-phono dedicato, macchine che costano almeno qualche centinaia di euro. Anche per queste banali ragioni economiche le MC non sono testine molto diffuse, tuttavia chi è passato dalle MM alle MC non è mai tornato indietro. Qualcosa vorrà pur dire. 

Quando va cambiata la testina

Come facciamo a capire quando la testina (o quantomeno il diamante, nel caso delle più comuni MM) va sostituita? C’è chi usa come parametro le ore di normale utilizzo (circa 1000), ma non è una regola universale e ci sono testine più o meno soggette a usura. Comunque il principio ha un fondamento: con l’uso il diamante si consuma e così anche la sospensione elastica del cantilever, impedendo alla testina di lavorare al meglio e talvolta introducendo ronzii e altri disturbi. 

Ricordate, la lunghezza del diamante è nell’ordine dei 10-20 micron, che sono millesimi di millimetro. Non tutti dispongono delle attrezzature per misurare scientificamente il peggioramento del segnale del vostro set analogico, ma potete affidarvi alle vostre orecchie. Fate caso agli estremi di banda (le frequenze più basse e quelle più alte) e all’eventuale presenza di distorsioni, ma anche ai dettagli della riproduzione della voce. Se per esempio le S diventano a un tratto sibilanti e distorte come mai prima, è molto probabile (a meno di un visibile grumo di polvere sullo stilo) che sia già iniziato un processo di decadimento sonoro della vostra testina. 

Cambiare il diamante (stylus o stilo)

Nel caso di una MM, è spesso possibile sostituire solo lo stilo (ci sono tuttavia molti marchi e modelli fuori produzione da decenni, di cui non si trovano più i ricambi), ma la spesa che spesso rasenta quella per una testina nuova di zecca. In alcuni casi, come quello delle testine Shure, di cui l’azienda ha cessato la produzione nel 2018, dei ricambi all’altezza degli originali costano cifre che spesso superano (a volte di molto) i 100-120 euro. Con spese inferiori si possono comunque acquistare dei ricambi dignitosi, ma bisogna accontentarsi di ascoltare una testina al di sotto delle proprie possibilità. La precisione del taglio del diamante, decisiva per la correttezza della riproduzione musicale, si paga, ma vi farà sentire i vostri dischi molto meglio.

Riparare le MC

Per le MC invece sostituire lo stilo è possibile solo attraverso l’intervento di specialisti, attrezzati e con esperienza. Il loro è un lavoro assai vicino alla microchirurgia. Servono macchinari ad altissima precisione e il know how adatto per “trapiantare” cantilever e diamanti in oggetti così piccoli, dove i fili delle bobine sono spessi come capelli. Velvet è in contatto con uno dei migliori laboratori italiani specializzati in questo genere di interventi e vi può assistere qualora abbiate bisogno di sistemare una testina MC di alta qualità. La spesa in questi casi è molto conveniente rispetto all’acquisto di un’equivalente nuova.

Brian Auger, Julie Driscoll & the Trinity – Far Horizons

Uno dei pezzi di maggior pregio a Velvet è il cofanetto che contiene la discografia completa di Brian Auger con i Trinity e la cantante Julie Driscoll, vera icona degli anni 60, presente su due dischi.

Auger è di gran lunga il più groovy organista Hammond della sua era ed è tutt’ora in attività, nonostante in luglio compirà ben 86 anni.

Con i Trinity registrò quattro leggendari long playing: Open, Definitively What, il doppio Streetnoise (considerato un capolavoro dalla critica specializzata) e Befour, usciti tra il 1967 e il 1970,  pertanto il box contiene ben cinque LP.

Moltissimi i brani memorabili della band, come Isola Natale e Black Cat, sul primo album, Ellis Island o la toccante Czechoslovakia ma anche molte cover illustri (tra cui ricordiamo Light my fire dei Doors, Save the Country di Laura Nyro e All Blues di Miles Davis) e il sound della band è stato senza dubbio preso a modello dal celebre James Taylor Quartet. Alcuni anni fa l’etichetta tedesca Soul Bank, divisione della berlinese K7,  ha raccolto tutti i loro LP in questo lussuoso box, intitolato Far Horizons, che comprende anche un libretto con immagini e fotografie inedite e la presentazione autografa di Brian Auger in persona. Un campionario di psichedelia sixties ballabilissima, che suona fresca ancora oggi.

Julie Driscoll sposò poi il pianista Keith Tippett e lasciò il gruppo per seguire il marito nei suoi progetti musicali, mentre Auger negli anni 70 ha fondato gli Oblivion Express e successivamente collaborato con un immenso numero di musicisti, da Eric Burdon a Billy Cobham, e anche in Italia, dove gode di grande stima già dagli anni 60, suonando anche per Mango e Zucchero.

Velvet ora è anche online

Da qualche giorno potete vedere parte dello shop di Velvet sulla piattaforma di discogs.com, per poter essere più facilmente raggiungibile anche da chi vive lontano dal Trentino. Naturalmente non ho caricato tutto il materiale a disposizione, ma una scelta delle offerte più ghiotte e dei pezzi più ricercati che abbiamo in negozio. Nei prossimi giorni altri titoli si aggiungeranno a questa prima lista, purtroppo è un processo laborioso e va seguito passo passo. Per dare un’occhiata alla parte di catalogo fin qui caricata,  ecco l’indirizzo:

https://www.discogs.com/seller/velvet.musicexp/profile

Joy of a toy: lo straordinario debutto di Kevin Ayers

Spossato dal suo ultimo tour mondiale con i Soft Machine, durato da febbraio ad agosto 1968 a fianco della Jimi Hendrix Experience, Kevin Ayers aveva deciso di ritirarsi dalla musica.

Ma l’amico Jimi Hendrix gli regalò una Gibson J200, la costosa chitarra acustica top di gamma della casa americana, a condizione che continuasse a scrivere canzoni. Fu così che Ayers, dopo un periodo di riposo nella “sua” Deia si rinchiuse in un miniappartamento londinese e compose proprio su quella chitarra un gruppo di canzoni che diventarono il nucleo del suo primo album solista, Joy of a Toy, uscito per la Harvest, la divisione dell’allora colosso EMI dedicata alle nuove tendenze del rock (ad esempio, nel catalogo Harvest c’erano i Pink Floyd di Syd Barrett, grande amico di Kevin).

Un disco lunatico e giocoso, sospeso tra favola e realtà, che esprime appieno la poliedrica arte di Kevin, songwriter elegante, originale e guascone, bohème ed eccentrico, amante delle belle donne e del buon vino, un beautiful freak, parafrasando gli Eels. 

Ayers aveva già fondato i Wilde Flowers, il gruppo seminale da cui erano poi nati i Soft Machine, ma la piega sperimentale che la band aveva preso con l’ingresso di Mike Ratledge non faceva più per lui.

Joy of a Toy, uscito nel dicembre del 1969, prende il nome da uno dei brano che Kevin aveva scritto per i Soft e contiene due delle canzoni più famose di Kevin, The Lady Rachel e Girl on a Swing, e dà il via alla sua originalissima carriera solistica che da qui gli fece inanellare cinque tra i dischi più immaginifici del cosiddetto Canterbury Sound, il filone più eclettico del nuovo rock inglese di fine anni 60 e inizio 70, a tinte jazzate: dopo Joy of a Toy, uscirono infatti Shooting at the Moon, con l’avanguardista dei fiati Lol Coxhill e un giovanissimo Mike Oldfield al basso, poi Whatevershebringswesing (il più venduto del suo back catalogue), il più accessibile Bananamour e il bizzarro The confession of Dr. Dream and other stories, con la partecipazione dello straordinario Ollie Halsall dei Patto alla chitarra, il primo batterista dei King Crimson Michael Giles, Steve Nye e Simon Jeffes della Penguin Café Orchestra, lo zampino di Brian Eno e la spettrale Nico, che canta il primo pezzo della seconda facciata.

Ma Joy of a Toy, nato in quel turbolento 1969, registrato tra giugno e settembre agli studi di Abbey Road, rimane con gli arrangiamenti di David Bedford (che qualche anno più tardi firmerà anche gli arrangiamenti di Tubular Bells, primo disco della storia della neonata Virgin di Richard Branson), la batteria dell amico Robert Wyatt e i contributi degli altri Soft Machine Mike Ratledge e Hugh Hopper uno dei più straordinari debutti di quell’anno.

Un disco pieno di stranezze e strumenti poco affini alla tradizione rock, come kazoo, ottavino, oboe e violoncello, e strumenti giocattolo a cui probabilmente faceva riferimento il titolo dell’album.

Produce Peter Jenner (lo stesso che aveva prodotto The Piper at the Gates of Dawn, il debutto dei Pink Floyd e che avrebbe prodotto i due album solisti di Syd Barrett prima di dedicarsi a Marc Bolan, i Clash e Billy Bragg ), per l’allora astronomica cifra di 4 mila sterline (equivalenti a poco meno di 100 mila euro di oggi).

Una curiosità: Syd Barrett registrò una traccia di chitarra su un brano di Kevin che sarebbe uscito l’anno successivo, Religious Experience, un singolo non compreso nell’album,  poi reintitolata “Singing a song in the morning”, che rimase sepolta negli archivi fino a quando, recuperata durante i lavori di rimasterizzazione del disco, venne inclusa solo nella ristampa in CD del 2003, come extra track.

Tra i brani più interessanti, la suggestiva Song for Insane Times, che rievoca il folle periodo psichedelico in cui “tutti cantavamo il ritornello di I am the Walrus” 

La storia è adesso per piano spinato

A Rovereto il 20 febbraio Cesare Malfatti in concerto

Cesare Malfatti, cofondatore dei La Crus e dei Dining Rooms, già membro dei Weimar Gesang e degli Afterhours, personaggio di spicco della scena rock indipendente milanese, alcuni anni fa ha lavorato a un progetto dedicato a Rovereto, la città da cui proviene la sua famiglia. 

Già, perché Cesare è un discendente di quel Valeriano Malfatti che in qualità di podestà di Rovereto per oltre 30 anni – a cui è dedicata peraltro l’omonima piazza in centro storico –  ebbe l’ingrato compito nei suoi di evacuare la città negli anni della Grande Guerra, finendo a sua volta al confino per irredentismo (ovvero simpatie “italiane”). I cittadini dovettero lasciare le loro case e fuggire con le poche cose che potevano portare con sé, cercando scampo in vari campi profughi, come quello di Katzenau. Una storia difficile e carica di dolore e povertà che la sensibilità di artista di Cesare ha interpretato nella sua drammatica attualità, perché dalla guerra del 1914-18 ad oggi i conflitti non sono certo diminuiti, anzi. 

“La Storia è Adesso”, questo il titolo del disco uscito nel 2018, è stato poi reinterpretato con il supporto di alcuni valenti pianisti di scuola classica-contemporanea (tra cui Cesare Picco, Mario Conte, Kole Lava, Antonio Zambrini, Luca Olivieri, Raffaele Scogna, Tony Berchmanns, Massimo Carrieri, Gianluca Massironi e Thomas Umbaca) e registrato con un piano preparato, ovvero un pianoforte sulla cui cordiera, in corrispondenza dei tasti neri, vengono appoggiati degli oggetti per modificarne artatamente la timbrica. In questo caso sono stati utilizzati dei pezzi di filo spinato

Questo stratagemma (che l’artista Enzo Umbaca, ispiratore dell’idea iniziale, definisce “piano spinato”) accompagnato al campionamento degli Intonarumori creati agli inizi del 1900 dal compositore e musicista futurista Luigi Russolo, permette di esasperare i toni più sgraziati del pianoforte, simboleggiando così l’asprezza dei difficilissimi momenti che Rovereto  ha vissuto oltre cento anni fa: un secolo abbondante ci distanzia da quelle vicende, ma tramandarle e raccontarle, come fa Cesare sfogliando le immagini evocate dalle canzoni come fossero foto di un  album di famiglia, è un modo per non dimenticarle e per riflettere su un periodo in cui a dover scappare dalla guerra erano i roveretani, e in generale tutti gli italiani che sfortunatamente si trovavano sulle zone più calde del fronte tra Italia e Austria. Non c’era altra scelta: o scappare o aspettare di morire sotto le bombe. Una situazione che oggi molti popoli stanno vivendo sulla propria pelle.

Giovedì 20 febbraio al teatro Alla Cartiera di Rovereto “La Storia è Adesso” verrà presentata nella sua nuova versione, Cesare sarà accompagnato sul palcoscenico dai musicisti Chiara Castello (I’m not a Blonde, La Crus, cantante e tastierista) e Thomas Umbaca (pianoforte). 

Il concerto inizia alle 20.30, non mancate.

Info e biglietti qui

A Natale regala buona musica

Da Velvet trovate un assortimento di musica in vinile e CD che tocca i classici del rock e del jazz, le novità più interessanti e molte ristampe di qualità audiophile e usato selezionato, anche in CD.

E ovviamente in bottega, anche la domenica sotto Natale e la sera fino alle 20, siamo qui per consigliarvi e guidarvi nelle vostre scelte.

Come potete immaginare, la richiesta di titoli diventa sempre più intensa con l’avvicinarsi della festa. Siamo una piccola attività, e non abbiamo i mezzi e i modi delle multinazionali dell’ e-commerce. Per noi tra ordinare ed avere la merce in negozio servono alcuni giorni e come è intuibile le consegne in questo periodo possono subire dei ritardi e dei disagi di cui siamo noi le prime vittime. Quindi, se desiderate un disco particolare, ordinatelo al più presto in modo da assicurarvelo in tempo utile.

Chi ama la musica lo sa: regalare o ricevere in dono un disco è un vero piacere.

Ma non sempre abbiamo contezza dei gusti e degli interessi musicali dell’altro.

Ecco perché Velvet Music Experience propone anche dei buoni regalo.

Chi li riceve può venire in negozio a scegliere i suoi dischi di persona, oppure ordinarli qualora i titoli richiesti non siano in magazzino.

Insomma, a Natale regala buona musica!

Irene Buselli a VELVET

SPECIAL GUEST AT VELVET venerdì 6 dicembre alle 18.30.

Irene Buselli, 27 anni è una cantautrice genovese che in poco tempo ha fatto molto parlare di sé tra gli addetti ai lavori e chi si intende di musica.

Ha uno stile personale e un linguaggio sofisticato, sa scrivere canzoni e soprattutto testi. Sa sorprendere e graffiare, usa l’ironia e la sottigliezza della lingua italiana. Non può essere un caso se l’anno scorso ha ricevuto il premio Bindi e se quest’anno è salita sul palco come ospite del premio Tenco (vinto come sapete dal nostro amico Paolo Benvegnù, che ci è pure venuto a trovare qualche settimana fa).

È verosimile che Irene, per le doti che ha, sia destinata a fare parlare di sé ancora di più, e a lungo.

Ecco perché la serata di venerdì è un’occasione da non perdere: Irene Buselli sarà alle 18.30 a Velvet per presentare il suo disco “Io, io, io”. Faremo due chiacchiere sulla sua attività artistica e ascolteremo qualche brano impianto del negozio.

Poi, alle 20.30, Irene suonerà dal vivo al circolo Arci La Poderosa, a pochi metri da Velvet. Al circolo possono accedere i soci Arci, ma ci si può tesserare al momento.

Non mancate!

Vieni a ascolare le nuove Indiana Line Tesi

Parliamo di diffusori. Sono finalmente arrivate le nuove Indiana Line Tesi, abbiamo sia le Tesi 2 che le 3 (entrambe bookshelf) che le 5 (floorstanding, da pavimento).

Di nuovo esteticamente si nota subito la retina parapolvere calamitata, ma le vere novità sono i trasduttori: se il tweeter al neodimio è rimasto lo stesso delle “vecchie” Tesi (la serie 241, 261, 561 etc) ma con una nuova flangia, i mid-woofer sono entrambi in una mescola di polipropilene e micca, membrane dunque molto rigide ma leggere, e con una sospensione in gomma Dual Wave (cioè un doppio bordo) che rende i woofer molto prestazionali. Completamente riprogettati anche i circuiti di crossover, con un taglio di frequenza molto indovinato che esalta la trasparenza e la precisione del suono complessivo.

La Tesi 5, che abbiamo in prova in questi giorni, è un passo avanti rispetto alla precedente 561, le basse frequenze sono riprodotte in maniera impeccabile e la fascia medio-alta è brillante pur senza eccessi di dettaglio che finiscono per affaticare l’orecchio.

Un ottimo prodotto made in Italy per quanto riguarda il progetto (oggi Indiana Line fa parte di una finanziaria polacca che ha avuto la saggezza di rilanciare il marchio senza snaturare il prodotto, anzi migliorandolo) che si colloca un una fascia di prezzo ampiamente accessibile.

Sfido qualunque produttore a presentare una cassa nella fascia sotto i mille euro con la stessa qualità. Stesso discorso per le Tesi 3, un’eccellente upgrade delle “vecchie” 261, anch’esse con il nuovo woofer con sospensione dual wave in gomma, che garantisce una precisione e un’estensione nella gamma bassa sensibilmente migliore del modello precedente. Anche qui, nuovo crossover, più aperto sulla gamma alta rispetto al passato, ma senza perdere equilibrio. Il suono risulta molto gradevole e naturale. Quasi inutile ribadire il rapporto qualità – prezzo (siamo sotto i 400 euro la coppia).

E poi ci sono pure i mini diffusori Tesi 2, anche loro sorprendenti in rapporto alle dimensioni molto ridotte.

Venite ad ascoltare la nuova gamma Tesi di Indiana Line con le vostre orecchie da Velvet Musica Experince in via Tartarotti a Rovereto, rimarrete sbalorditi.

Come compongo un impianto Hi-Fi?

A cosa far attenzione quando scegli sorgente, amplificazione e diffusori

Comporre un impianto hifi è un lavoro molto delicato

Vanno presi in esame (in ordine di apparizione) il budget, l’ambiente di ascolto e soprattutto l’obiettivo. Che dovrebbe essere quello di ascoltare musica nel migliore modo possibile, ma non per tutti è così. 

C’è ad esempio chi cerca una semplice diffusione della musica, per un uso – diciamo così – ambientale del suono. C’è chi vuole un impianto hifi in casa per fare ballare i propri amici, e c’è chi invece ricerca l’emozione del tecnico del suono alle prese con il master del disco che sta per essere pubblicato.

Come vedete, ognuno può avere – in maniera del tutto legittima – diverse aspettative dagli apparecchi elettronici che acquista, ma assemblarli in un insieme coerente e ben suonante non è frutto dell’improvvisazione, serve qualcuno con un’esperienza diretta per consigliare le scelte corrette, per spendere meglio possibile il budget che avete a disposizione. Qualcuno che da decenni prova e assembla componenti hifi per cavarne la maggior soddisfazione possibile, spesso ricorrendo al mercato dell’usato, e che vi può guidare nel difficile mondo dell’alta fedeltà.

Perchè scegliere un impianto hi-fi?

Se parliamo di audio, di riproduzione del suono, i progressi della tecnologia hanno teso nel tempo a miniaturizzare qualsiasi cosa. Anche la musica, che nel tempo si è addirittura smaterializzata e viaggia in internet, da cui si ascolta in streaming. Ma non solo: oggi  oltre l’80 per cento di chi fruisce musica utilizza in maniera prevalente gli auricolari (i più sofisicati una costosa cuffia) o con dei minispeaker attivi collegati al vostro computer, che quasi inderogabilmente riprodurrà dei files MP3 (o altri formati lossy, cioè che prevedono una perdita di dati rispetto al formato wav dei CD), privi degli estremi di banda (cioè le frequenze più alte e le più basse, che vengono eliminate) e con dinamiche molto compresse.

È abbastanza intuitivo che questi device non siano in grado di riprodurre una credibile scena musicale, nemmeno in maniera vaga. La controprova perfetta è un’esperienza di ascolto di un impianto hifi. 

“Negli anni 70 non erano sordi”

Hifi, parola talmente abusata nei decenni in cui era di moda che per distinguere la vera alta fedeltà dagli apparecchi per la massa si è iniziato a chiamarla hi-end, ovvero la fascia più alta, quel settore che ricerca la massima prestazione sonora disponibile sul mercato. Ci sono varie gradazioni nell’hi-end, dall’entry level (il primo gradino dell’alta fedeltà) alla cosiddetta hifi esoterica, in cui gli appassionati si contendono componenti costosissimi. Qui partiamo ovviamente dall’entry level.

Una prima importante osservazione è che ascoltare oggi macchine di eccellenza dei decenni passati insegna come la qualità, nel tempo, resista. Se un giradischi suonava bene negli anni 70, vi posso assicurare che suona bene anche oggi. È una delle ragioni per cui a Velvet scommettiamo molto sul restauro e il ripristino di vecchie glorie dell’hifi, e ne offriamo i frutti ai nostri clienti. Recuperare un vecchio giradischi di qualità  (e anche certi amplficatori “vintage”) permette di godere dei dischi a un livello emotivamente più coinvolgente: più la riproduzione è realistica e dettagliata, più informazioni attinge il cervello per ricostruire la scena sonora. Potremmo dire che è una questione matematica.

Ciò che rende appetibili macchine di venti, trenta o più anni fa, è anche il prezzo. Con una cifra ragionevole ci si può mettere in casa alcuni tra i migliori apparecchi mai costruiti nella loro era, e come spesso dico, “negli anni 70 non erano sordi”. Sono certo stati fatti molti passi in avanti nella riproduzione musicale, soprattutto nel campo della tecnologia e dei materiali, ma meno rivoluzionari di quanto si possa pensare, perlomeno nel risultato complessivo.

L’impianto minimo

Ecco perché chi ha appena iniziato il proprio percorso nel mondo dell’ascolto farebbe bene, se già non ce l’ha, a dotarsi di un impianto minimo. Che significa: una sorgente (cd player o giradischi, a seconda di quali formati avete più musica, oppure uno streamer, se proprio non volete rinunciare alla musica “liquida”), un amplificatore integrato e un paio di diffusori.

La sorgente

Se partite da un cd player, avrete la vita più facile: per installarlo non dovete fare altro che collegarlo all’amplificatore e alimentarlo con la presa elettrica. Se invece avete scelto il giradischi, ci sono un’infinità di dettagli da curare, perché si tratta di una macchina di precisione che necessita la messa a punto di ogni dettaglio per suonare bene. Qui dedichiamo un intero capitolo al giradischi analogico. Un cd player è composto da un’unità di lettura (la meccanica con le ottiche laser che legge le sequenze di 1 e 0 incise sul compact disc) e da un convertitore da digitale ad analogico (il famigerato DAC, Digital-to-Analog Converter), che traduce i numeri in suono udibile. Molti audiofili esperti utilizzano unità di lettura separate collegate a un DAC esterno: è una soluzione intelligente, che permette di utilizzare il DAC anche per eventuali fonti digitali diverse (computer, streamer etc), ma richiede costi sensibilmente maggiori e inoltre l’ottimizzazione del sistema va sempre studiata caso per caso. Per questi motivi chi inizia oggi ad assemblare un primo impianto hifi fa saggia scelta orientandosi su un cd player integrato, che in uno stesso telaio racchiude meccanica di lettura e DAC e rappresenta davvero una soluzione “plug and play”. 

L’amplificazione

Se avete scelto il giradischi, sappiate che ha bisogno di un circuito di preamplificazione, di norma compreso negli amplificatori integrati fino ai primi anni 90 (il famoso ingresso “phono”, dedicato solo al giradischi). Con la progressiva scomparsa dei vecchi giradischi dalle case, l’ingresso phono è stato eliminato dai progettisti perché considerato anacronistico, oltre che un costo aggiuntivo. Con il ritorno del vinile però, oggi molti costruttori lo includono nuovamente nei loro amplificatori integrati (e alcuni giradischi nuovi escono di fabbrica già dotati di un loro pre-phono integrato). 

In ogni caso, un pre-phono esterno non rappresenta una spesa onerosa, a livelli budget, benché la fascia alta del mercato ne offra anche di molto costosi. Nei collegamenti, il pre-phono va inserito tra i giradischi e l’amplificatore. 

Semplificando per praticità, il preamplificatore (pre-amp) gestisce tutte le sorgenti collegate, mentre l’amplificatore finale (power amp, o amplificatore di potenza) pilota i diffusori inviandogli la corrente. In un impianto minimo, meglio optare per un amplificatore integrato che offre il vantaggio di racchiudere le due funzioni in una sola macchina senza sacrificare qualità, e contenendo anche i costi. A parità di costo, va sempre valutata l’opzione dell’usato: prestazioni superiori allo stesso prezzo (o poco di più).

La potenza, in un amplificatore, non è l’aspetto discriminante (anche perchè ogni costruttore la misura a modo suo). Conta più la qualità dei watt che la quantità. Va inoltre valutata la sensibilità dei diffusori: dati 90 dB di sensibilità (un valore abbastanza comune nei diffusori di oggi), 40 watt di qualità per canale bastano e avanzano per sonorizzare un appartamento medio, anzi se ci prendete troppo gusto c’è il rischio che i vostri vicini chiamino i vigili.

I diffusori acustici

Oggi si producono diffusori (casse acustiche) a prezzi economici molto migliori di un tempo, e una coppia di speaker di buona qualità è alla portata di tutte le tasche. I sistemi più semplici (se escludiamo i monovia full range, molto amati dagli autocostruttori) sono a due vie (ossia composti da un woofer o un mid-woofer, che riproduce la gamma medio-bassa, e un tweeter, che riproduce la gamma alta, con un solo taglio di frequenza). In teoria, un diffusore a tre vie (dove tra il tweeter e il woofer si colloca un midrange, quindi con due tagli di frequenza) offre una più raffinata riproduzione della gamma media, ma anche maggiori difficoltà di progettazione (soprattutto del crossover) e di accoppiamento con l’amplificazione (che se non è di alta qualità metterà in luce ogni criticità). Quasi intuitivo capire che se le vie diventano quattro, o cinque o più (soluzioni non a caso rarissime nel pur variegato mondo dell’hifi), le complicazioni si sommano al punto da annullare i benefici teorici. Ecco perché nell’assemblaggio di un impianto minimo consigliamo le più semplici due vie, che garantiscono già ottimi risultati a prezzi concorrenziali. 

Diffusori da stand o da pavimento?

Se avete una sala di ascolto abbastanza grande (dai 20-25 metri quadrati in su) potete orientarvi sui diffusori da pavimento (cosiddetti floorstanding), ma se fruite la musica in una stanza più piccola, meglio valutare dei monitor da stand o da scaffale (cosiddetti bookshelf), più semplici da gestire negli spazi ridotti. Inoltre vi risparmieranno i fastidi della saturazione sulle basse frequenze (esatto, il rimbombo, inevitabile quando la pressione sonora è inadatta all’ambiente).

Un elemento da valutare prima dell’acquisto, per un corretto accoppiamento con l’amplificazione, è la sensibilità dei diffusori. Come riferimento di massima, una coppia di diffusori con una sensibilità di almeno 90 dB non necessità di grandi potenze, anche piccoli amplificatori (persino sotto i 20 watt per canale su 8 ohm) sono in grado di pilotarli. Logicamente, più aumenta la potenza, maggiore è la capacità di controllo dell’amplificatore sui movimenti delle membrane di woofer e tweeter. 

Il posizionamento dei diffusori nell’ambiente è cruciale: nella situazione ideale, la testa dell’ascoltatore dovrebbe trovarsi a un vertice di un triangolo equilatero i cui due altri angoli sono rappresentati dalle casse acustiche (a loro volta, poste alla stessa altezza, quella delle vostre orecchie). Purtroppo le nostre abitazioni non sono spazi ideali e astratti, ma concreti e limitati, e ci pongono degli inevitabili vincoli (ad esempio la forma della sala, le misure, l’arredamento). Dovremo dunque trovare il miglior compromesso considerando la distanza dalle pareti (posteriore e laterali, in particolare) e semmai allungando con moderazione due lati del triangolo (che diventerà così isoscele). Ricordate che le casse vanno poste comunque alla medesima altezza.  Fate delle prove e fidatevi delle vostre orecchie: la soluzione migliore è quella che suona meglio.

Il budget necessario

Combinando nuovo e usato, e restringendo più possibile le esigenze, si può assemblare un impianto minimo di qualità con una spesa che oscilla tra i 300 e i 500 euro a componente. Dunque parliamo di una fascia compresa tra i 1000 e i 1500 euro. Grossomodo la stessa cifra che mettereste in gioco per acquistare un nuovo iPhone. Sotto questa soglia, non si può pretendere qualità: ci si deve accontentare, consapevoli che una boombox bluetooth da 100 euro rischia di suonare meglio di un disco in vinile su un impianto scadente. 

Ciò che avete speso nel vostro primo impianto vi verrà invece ripagato dal piacere di ascolto dei vostri dischi che vi garantirà per molti anni.